IL BERLUSCONI CHE SEMBRA PRODI

È stato notato da un osservatore al di sopra di ogni sospetto, l’ex ministro Vincenzo Visco, che la Finanziaria di Giulio Tremonti rappresenta un inedito che non andrebbe sottovalutato. Quale sarebbe la novità? Il fatto che, per la prima volta, Berlusconi ha posto al centro della sua manovra la necessità di rispettare le indicazioni europee sul graduale raggiungimento del pareggio deficit-Pil e di conseguenza l’avere adottato una linea di rigore nei conti pubblici. Potremmo azzardare che il Berlusconi IV assomiglia al Prodi II; così come Tremonti assume occhialetti e aria pensosa di Padoa Schioppa. La Finanziaria, in effetti, è guidata dalla necessità di inviare alla società e ai mercati il segnale che questa continuità viene assunta a riferimento delle scelte di governo. Tremonti, con il titolo del suo libro, «La paura e la speranza», sembra avere sintetizzato bene i due poli emotivi dell’epoca attuale. E agisce con la consapevolezza che i vincoli europei non si possono aggirare, come forse pensava il primo Tremonti; sembra avere chiaro che cosa significhi tenere la borsa della nazione nel tempo della scarsità e delle crisi finanziarie. Potremmo definire l’operazione di Tremonti quella di un vero imprenditore della paura: prima l’ha colta nell’incertezza che pervade la società, poi l’ha cavalcata in campagna elettorale, ora la utilizza al servizio di un disegno politico.


Gli ultimi dati sembrano confermare che calerà lo scontento di un freddo autunno sulle nostre speranze. Come ha osservato il professore Pastrello, nel suo articolo di ieri, incombe il rischio della stagflazione, termine derivato dall’inglese stagflation (stagnation and inflation) che indica quando in una fase discendente del ciclo economico si accompagna in modo del tutto anomalo un rialzo dei prezzi, tipico di una fase di crescita. Difatti, l’Istat ha appena certificato che il Pil è diminuito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente (negli Usa invece è cresciuto dello 0,5 in Inghilterra dello 0,2%). Mentre i prezzi viaggiano intorno a un aumento del 4%. La stagflazione è una sorta di doppia tassa imposta ai cittadini: prima pagano perché l’economia scivola verso la recessione, poi perché occorre una cura severa per abbassare la febbre inflattiva. Non a caso la Bce si premura di avvisarci che, dopo avere alzato il costo del denaro, non intende abbassarlo tanto presto.


Il rigore di Tremonti e lo scenario negativo dell’economia riescono a convergere? Questa è la vera domanda per capire se gli effetti temuti saranno o no mitigati. Il dubbio è che la Finanziaria dei sacrifici di Tremonti e Berlusconi (sembrano proprio Prodi) dimostra che la maggioranza sta facendo quello che si era proposta e che aveva lasciato capire in campagna elettorale, ma non è detto che lo stesso ragionamento valga per il Paese. Si comincia a porre il problema della possibile divaricazione tra l’agenda del governo e l’agenda dell’Italia, e di quello che potrebbe accadere se la contraddizione dovesse emergere. Perché se il rigore è necessario occorre anche vedere come si applica. Sul punto le perplessità non mancano. Con un paese che perde fiducia, preoccupato per la caduta del potere di acquisto, il rigore di Tremonti rischia di essere sempre meno compreso, come accadde a Prodi che riportò i conti in ordine ma non vinse le elezioni. Può persino spingere l’Italia in una spirale depressiva. Non solo la pressione fiscale non si ridurrà sotto il 40% come il Pdl aveva lasciato intendere «contro» Prodi, ma dovrebbe passare dal 43 al 43,2 per tornare al 43. Lo ha scritto Tremonti nel Dpef, non i suoi avversari. Molti economisti ritengono che la famosa Robin Tax su petrolieri, banche e assicurazioni si scaricherà in aumenti delle bollette per i consumatori, cosa che non aiuterà a contenere l’inflazione. Se il centrodestra volesse sostenere la domanda non avrebbe potuto intervenire sui redditi, come suggerisce Tito Boeri, restituendo il fiscal drag e aumentando i salari netti, a partire da quelli più bassi? Tremonti ha scelto di varare un piano casa per 20mila alloggi che prevede l’alienazione di immobili pubblici per costruirne di nuovi. Non è una cattiva idea, ma è una operazione che richiede tempi lunghi. E nel lungo periodo forse saremo più poveri (Keynes diceva: morti). Ma il quesito che avanza pare questo: se la ragione del successo può diventare la causa dell’insuccesso.

Riproduzione riservata © Il Piccolo