IL PATRIMONIO DIMENTICATO

Alzi la mano chi non si è chiesto: «E chi è?». A ben pochi avrà detto qualcosa il nome di Filippo Giorgi, direttore scientifico dei programmi sul clima del Centro di fisica, vincitore di un «pezzo» di Nobel sulla pace insieme con Al Gore e il relativo comitato dell'Onu di cui è dirigente. Il passo successivo è altrettanto scontato: «Ah, è uno di Miramare…».


Rassicurante e definitivo, come la gabbia di uno zoo in cui circola una fauna esotica descritta da un cartellino. E dunque uno del Centro di fisica assurge al riconoscimento più noto del globo: proprio uno di quei signori e ragazzi dai modi gentili che vediamo timidamente attraversare la strada sopra Grignano e prendere l'autobus brancicando una cartina del centro, uno di cui il sito Internet del Centro di fisica dà tranquillamente l'interno dell'ufficio, come usa tra scienziati che impiegano i fondi (pochi) per le ricerche e non per le segretarie. Ma chi è?


Non lo sappiamo, noi triestini non sappiamo nulla di Trieste. Scopriamo ogni volta con stupore che la città che malediciamo per la sua inerzia e neghittosità è uno scrigno di eccellenze, di meraviglie non sfruttate, di cervelli che siedono in un consiglio strategico dell'Onu e si confondono nel crocchio che attende l'autobus a Grignano, e cerca invano l'orario della 36 sulla tabella alla fermata. Una storiella che sarebbe piaciuta a Svevo, la città che fa spallucce a se stessa e si mette in scacco per noncuranza, disincanto, disorientamento quotidiano. Eppure c'è un grande stimolo e - perché vergognarsi? - un pizzico d'orgoglio nel sentire a casa un pezzo di Nobel, nei giorni in cui Claudio Magris l'ha mancato per poco (e speriamo sia solo rimandato), e sapendo che lo stesso direttore del Centro di fisica, l'indiano Katepalli Sreenivasan, è stato in passato sul punto di conseguirlo.


Non è per la retorica del «non sappiamo quello che abbiamo», che in fondo è solo una versione più insidiosa del nostro accontentarsi e star bene nella cuccetta. È invece proprio per la molla che dovrebbe scaturirne, la consapevolezza delle opportunità da sfruttare, il peso specifico d'istituzioni scientifiche e internazionali - una settantina, ma nessuno lo sa - che nel mondo di oggi sono un patrimonio inestimabile. L'era della conoscenza non è un ritornello per intellettualini snob: oggi lo sviluppo delle città si misura nelle capacità di attrarre cervelli, accogliere e promuovere creatività, fare di laboratori e centri di ricerca - non solo scientifici - la scintilla di nuove imprese, reddito, posti di lavoro.


È sviluppo tangibile, non chiacchiera al vento. Ma richiede di sfondare il velo ancor oggi esistente fra la città e le sedi eccellenti che ospita, di cui Trieste si fa vanto ma senza farle proprie, guardandole da fuori senza ficcarci la testa dentro, come appunto si fa allo zoo. E però, per rimanere nella metafora un po' irriverente, ci vuole pure che le gabbie si aprano: che la scienza si dia alla città, si faccia vita vissuta, esca dal chiuso nobile e arcigno, e per ciò stesso sottilmente confortevole, del laboratorio. Trieste non potrà prendere vera consapevolezza di quel che ha se a raccontarglielo non saranno gli stessi ricercatori, accettando i mille compromessi con il linguaggio e i protocolli che la divulgazione fatalmente richiede.


Se spesso la città fa spallucce, altrettanto la scienza storce il naso, preferendo l'eremo inaccessibile della specialità al confronto rischioso con il racconto semplificato, che esce dall'algoritmo e si fa uomo della strada. È meno facile di quel che si creda: la gran parte di coloro che fanno ricerca ritiene che divulgare sia banalizzare, laddove è un complesso e meritorio esercizio di diffusione di conoscenza, che sempre richiede di mettersi in gioco. Questo va chiesto alla scienza a Trieste: di mettersi in gioco, sfidando l'apatìa a volte irritante della città. C'è già chi lo fa: l'Area di ricerca sempre più aperta al «mercato» (non è una brutta parola), la Sissa che ha dato vita al festival dell'editoria scientifica, che è esattamente il modo di aprire le gabbie.


Di ciò Trieste ha bisogno: di gabbie che si aprono e cervelli che si raccontano e stimolano nuove imprese, di «porte aperte» che non durino un giorno solo e trasformino invece i palazzi del sapere in un percorso di zoo smantellati. Chiediamolo al professor Filippo Giorgi, di raccontarsi. Poiché solo nella Trieste di Svevo uno «vince» il Nobel e la gente si chiede chi è.
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