IL PRETESTO DELL’ITALIANITÀ

Nessuno ci venga a dire che con l'operazione della cordata italiana che si va delineando la situazione dell'Alitalia è risolta. Questa operazione - sempre che vada in porto, perché gli ostacoli da superare sono ancora molti e insidiosi - serve esclusivamente a Berlusconi perché possa dire che ha salvato l'italianità della compagnia. Quel che poi sarà della compagnia stessa non sarà, ovviamente, cosa che lo riguarda.


Così come non lo riguarderà il costo finale che sarà stato addossato a tutti noi. Un costo che non si esaurirà nell'onere finanziario che verrà addossato al bilancio dello Stato con la bad company, ossia con la società-pattumiera da accollare allo Stato con tutto il suo contenuto di esuberi, di debiti e di attività in perdita, ma comprenderà anche le varie fattispecie di tornaconto che i vari componenti della cordata dovranno trarre dal favore di aver risposto alle sollecitazioni del presidente del consiglio, e che consisteranno in un occhio di riguardo nel trattare tariffe, concessioni, piani urbanistico-edilizi. Non ci vuole molto a comprendere, infatti, che i partecipanti all'operazione sono industriali, finanzieri, banche che nulla, ma proprio nulla hanno a che fare con le imprese di trasporto aereo e che, di conseguenza, in questo settore sempre più difficile e combattuto non possono essere che di passaggio.


Questa conclusione è difficilmente contestabile sol che si pensi a quel che sta avvenendo aldilà dei nostri confini. Per rimanere alla sola Europa, compagnie del calibro di Iberia e British Airways decidono di unirsi perché da sole non possono più reggere: figurarsi se una Alitalia, per lo più fortemente ridimensionata, potrà affrontare con qualche probabilità di sopravvivenza un mondo di giganti impegnati in una lotta tra loro sempre più aspra e senza esclusione di colpi. Questo è il motivo per cui è necessario un partenariato forte con una grande compagnia straniera; sembra, anzi, che la adesione di alcuni membri della cordata sia tuttora subordinata alla conclusione di un tale partenariato.


Ma quando un piccolo per sopravvivere deve unirsi ad un grande non può pretendere non solo di comandare, ma neppure di mantenere un minimo di autonomia strategica. E allora, aldilà delle forme, la italianità dove andrà a finire? La fine della storia non sarà la cessione delle partecipazioni della cordata a qualche grosso operatore straniero? E a quel punto quale sarà il bilancio finale da confrontare con la soluzione Air France che per calcoli esclusivamente elettorali (e con la complicità di sindacati a dir poco ingenui, non dimentichiamolo) fu affossata lo scorso marzo?


Tutto questo va detto con profonda amarezza. Amarezza per il cinismo nel quale può degenerare la contesa per il consenso elettorale; amarezza per le sorti di una compagnia aerea oggetto di un ultimo stupro da parte della politica; amarezza per l'uso ancora una volta disinvolto che, seppure surrettiziamente, viene fatto delle risorse pubbliche, per un verso, e, per l'altro, degli interessi dei consumatori. Ma nessuno se ne può stupire. Fatto saltare l'accordo con il gruppo Air France-Klm, era sufficiente un minimo di sale in zucca unito a un minimo di autonomia di giudizio per comprendere che la storia successiva non poteva essere che questa.

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