Il triste declino del magazzino costruito per le granaglie
Purtroppo la storia novecentesca e quella attuale del Silos non sono luminose. Da deposito di cereali passò a ospitare gli esuli istriani e dalmati, che nel secondo dopoguerra avevano abbandonato le loro terre occupate dagli jugoslavi. Nel 1971 il magazzino venne devastato da uno spaventoso incendio. Oggi vi albergano migranti, che si acquartierano negli antri ottocenteschi lungo i 250 metri del grande edificio.
Il Comune comprò dalle Fs nel 1982 l’edificio “di testata” in piazza Libertà e le prime sette campate dei due corpi laterali, con l’intenzione di realizzare un’autorimessa, un terminal autocorriere sostitutivo di quello risalente agli anni Trenta co-firmato da Baldi&Nordio, un’area commerciale dove sistemare le bancarelle con cui i jeansinari facevano allora buoni affari. Nello stesso anno il Municipio bandì un appalto-concorso, che tre anni più tardi vide vincitore il progetto presentato da Luciano Semerani e Gigetta Tamaro. Ma il recupero, rispetto all’ampiezza complessiva dell’edificio, fu parziale e lasciò irredenta buona parte della superficie. In questa situazione precaria si inserì qualche anno dopo l’acquisto e la proposta del mondo cooperativo, interessato a trasformare radicalmente il Silos ricavando al suo interno un hotel, un centro congressi e altre attività. Con una previsione di investimento superiore ai 100 milioni di euro. Ma su quella parte della città, in quel primo decennio Duemila, scese quella che gli studiosi definiscono “sindrome tergestina”, ovvero l’impantanamento progettuale. Perché, più o meno coevo al tema Silos, correva anche la riqualificazione di piazza Libertà, sulla quale governo centrale (c’era Berlusconi) e regionale (c’era Illy) puntarono oltre 4 milioni, che rimasero di fatto congelati fino a quest’anno, quando, con un ritardo di quasi quindici anni, si apre il cantiere per rimettere en forme un capitolo urbano carente e scadente.
Interessante constatare che l’itinerario-lumaca del Silos sembra vedere la luce proprio quando parte il lifting della piazza: forse l’accesso nord di Trieste, che era rimasto molto indietro rispetto ad altre zone cittadine decisamente meglio “coltivate”, racconterà una nuova pagina di decoro, di vivibilità, di pulizia. Verrà parzialmente riscritta la viabilità attorno alla piazza, verranno concentrati i bus in un apposito hub di fianco al Silos, saranno rifatti i marciapiedi. Il cantiere dovrebbe durare un anno. Silos + piazza Libertà, dunque. Manca ancora qualcosa: quel qualcosa che ha annunciato l’altro giorno Dipiazza, ovvero l’abbattimento della sala Tripcovich, per dare “aria” a quello spicchio di piazza, dietro al quale si profila l’antico ingresso in Porto vecchio. Non a caso il sindaco ha detto che, dal momento che ci sarà una nuova sala nel Silos, non ci sarà più bisogno della stazione di Baldi&Nordio. —
MAGR
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