In Kosovo i serbi scelgono l’Aventino. Sindaci dimissionari a causa dei dazi

In migliaia alla manifestazione di protesta a Mitrovica. Bloccata qualsiasi istituzione della minoranza etnica
epa07192822 Several thousands of ethnic Serbs from the north of Kosovo protest against the economic sanctions of Pristina, in the center of the northern part of the ethnically divided city of Mitrovica, Serbia, 27 November 2018. The protesters demand that the government abolish a 100 percent tax it has put on all goods imported from Serbia. EPA/DJORDJE SAVIC
epa07192822 Several thousands of ethnic Serbs from the north of Kosovo protest against the economic sanctions of Pristina, in the center of the northern part of the ethnically divided city of Mitrovica, Serbia, 27 November 2018. The protesters demand that the government abolish a 100 percent tax it has put on all goods imported from Serbia. EPA/DJORDJE SAVIC

BELGRADO È ormai crisi nerissima, forse irreversibile, tra Kosovo e Serbia, i cui rapporti – assieme al dialogo facilitato dalla Ue - sono stati affossati dalla “guerra dei dazi” lanciata da Pristina e dagli arresti di tre serbi da parte delle forze speciali kosovari. Crisi che ieri ha avuto un nuovo apice, con le dimissioni improvvise dei sindaci serbi di Mitrovica nord, di Lepošavic, Zubin Potok e Zvečan, le municipalità più importanti del nord a maggioranza serba.

Non si tratta di una semplice protesta politica, ma dell’interruzione di fatto dei rapporti già burrascosi tra il nord fedele a Belgrado e Pristina, una misura foriera di nuovi gravi problemi. «Il funzionamento delle istituzioni di auto-governo» dei serbi nell’ambito del «sistema albanese di Pristina è sospeso», hanno annunciato i sindaci in una nota, aggiungendo che «gli organi di governo e i servizi comunali non funzioneranno e le assemblee comunali non saranno convocate» più. E non lo saranno finché le «misure discriminatorie» di Pristina – tasse al 100% sulle merci serbe e bosniache, col corollario degli arresti – non saranno «completamente ritirate».

Ancora più chiaro è stato Goran Rakić, leader della Srpska Lista, il partito in Kosovo espressione degli interessi serbi e sindaco di Mitrovica nord, che ha annunciato che «le istituzioni amministrative» di Pristina nel nord del Kosovo «non esistono più».

L’Aventino serbo durerà a oltranza, finché Pristina non farà marcia indietro e non cesserà «le misure discriminatorie e le violazioni dei diritti umani» contro i serbi, gli ha fatto eco il numero uno dell’Ufficio serbo per il Kosovo e Metohija, Marko Djurić.

Ma ieri anche gli impiegati del tribunale e i giudici di etnia serba hanno cessato le loro attività per protesta. Insomma, tutto sembra far pensare al rischio di un ritorno alle “istituzioni parallele” serbe – politiche, amministrative, giudiziarie - in Kosovo, a un fosco scenario pre-accordi di Bruxelles del 2013. Ma i rischi sono anche quelli di una rabbia crescente dei serbi del Kosovo. Alcune migliaia sono scese in piazza ieri nel settore serbo di Mitrovica - altri a Gracanica - in una nuova manifestazione pacifica, ma estremamente tesa. Moltissimi i cartelli che denunciavano i problemi causati dai dazi kosovari, che hanno condotto allo stop delle importazioni dalla Serbia e a carenze nei rifornimenti di cibo e farmaci, non tanto a nord, quanto nelle enclave serbe più lontane. «Non abbiamo medicine», «stop alla violenza di Pristina», «vogliamo la pace, non la guerra», gli slogan della piazza.

Piazza che continuerà a riempirsi anche nei prossimi giorni, è stato anticipato, finché il governo kosovaro non scenderà a più miti consigli. «Fratelli e sorelle, da qui non si tornerà indietro», ha assicurato Rakić.

Prossimi giorni che saranno certamente caldissimi, nel nord, con rischi crescenti per la sicurezza. Lo confermano le mosse annunciate dalla missione Nato in Kosovo, la Kfor, che ha anticipato una maggiore presenza nell’area, per essere più «visibili». In caso di agitazioni. La speranza, tuttavia, è quella di un ripensamento di Pristina. C’è ancora spazio, dato che ieri Belgrado e Sarajevo hanno ribadito che, per ora, non introdurranno contromisure ai dazi kosovari. Dazi che vanno però tolti subito.

A richiederlo è stata ieri per l’ennesima volta la Ue, che ha parlato di misure «dannose e provocatorie». E persino lo storico e più fedele alleato del Kosovo, Washington, che per bocca del segretario di Stato Mike Pompeo ha invitato Pristina a cancellare i dazi per «allentare la tensione», ritornando al tavolo negoziale per «raggiungere uno storico accordo di normalizzazione».

Ma, come quelli di Bruxelles, anche gli auspici di Washington appaiono sempre più lontani dalla realtà. —


 

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