Kamikaze, il passaporto rispunta in Serbia

Arrestato un migrante che esibiva un documento identico, tranne la foto, a quello trovato a Parigi. Paesi balcanici: immutate le politiche migratorie
Operazioni di identificazione dei migranti a Presevo, Serbia meridionale
Operazioni di identificazione dei migranti a Presevo, Serbia meridionale

TRIESTE. La procura di Parigi ha confermato che uno dei kamikaze di venerdì, fattosi esplodere fuori dallo Stade de France, era transitato per la Grecia. C'è «concordanza» tra le sue impronte digitali e quelle rilevate in un controllo in Grecia in ottobre. È l’uomo transitato lungo la rotta balcanica seguita dai profughi, ma è scomparso dai radar in Croazia il 9 ottobre: non c’è traccia di alcun passaggio in Austria, come ribadito da Vienna.

Quel nome scritto sul passaporto ritrovato allo Stade de France «accanto a uno dei kamikaze» è Ahmad Almohammad. Ma non è il nome autentico. L’uomo non è nato il 10 settembre del 1990 in Siria. Anzi, probabilmente non è neppure siriano. Che il documento trovato allo stadio fosse falso lo avevano anticipato gli 007 statunitensi, precisando che i dati non coincidevano con quelli rilasciati dalle autorità di Damasco né la foto con il nome. E ieri è emerso che i servizi di sicurezza serbi - come riferito dal quotidiano Blic - hanno arrestato per accertamenti un migrante al centro di accoglienza di Presevo: aveva un passaporto identico a quello del falso Almohammad. Sul documento c’erano lo stesso nome e gli stessi dati, ma la foto di un altro uomo. Secondo Blic, le due persone in questione - che non sarebbero state in contatto fra loro - avrebbero acquistato in tempi differenti falsi passaporti siriani dalla stessa persona, durante il transito per la Turchia.

Armi e kamikaze lungo la rotta balcanica
Una marea di migranti nei balcani

L'acquisto di passaporti siriani in Turchia ha generato un prospero mercato clandestino: gli acquirenti sono soprattutto migranti provenienti da Paesi per i quali non è previsto lo status di rifugiato. I siriani non hanno bisogno di comprarli, eventuali infiltrati dell'Is possono trovarne in grande quantità - e non falsificati - nella “capitale” siriana di Raqqa.

Il percorso del Ahmad Almohammad che si sarebbe fatto esplodere allo Stade de France è pieno di lacune e misteriosi dietrofront. L'unica certezza come detto è che sia scomparso dai radar in Croazia il 9 ottobre dopo essere passato per Serbia e Croazia. E se Parigi parla di concordanza tra le impronte dell'identificazione del 3 ottobre in Grecia e quelle del kamikaze dello stadio, questo tipo di analisi sono state messe in dubbio in passato.

Intanto, se l’arresto del migrante con il passaporto falso come quello del kamikaze conferma l’attenzione dei servizi di sicurezza serbi sulla via balcanica, i governi dell’ex Jugoslavia ribadiscono che non modificheranno le proprie politiche migratorie e assicurano di garantire già un livello adeguato di sicurezza. A Belgrado, il premier Aleksandar Vucic ha annunciato che «la situazione sul campo sarà monitorata e le risposte saranno definite di conseguenza» pur confermando che «nuove misure di sicurezza» sono già state adottate. «Questo è il massimo della protezione contro ogni mossa irresponsabile, sebbene nessuno possa avere il controllo al 100%”», ha dichiarato il premier, secondo quanto riportato dall’agenzia serba Tanjug. Sul caso di Ahmad Almohammad, Vucic ha risposto che «490mila migranti hanno attraversato la Serbia» e che, nonostante ciò, il paese «è riuscito ad assicurare pace e sicurezza».

Allo stesso modo, il ministro dell’Interno croato, Ranko Ostoji„, ha escluso l’introduzione di «controlli più severi» al centro di Slavonski Brod, seconda tappa del viaggio di Almohammad. Il ministro si è detto pronto a «cooperare con la Francia», ma anche ad «evitare le generalizzazioni». «I Siriani fuggono proprio da questo tipo di scene», ha dichiarato Ostoji„ riferendosi agli attentati di Parigi.

A Lubiana il premier Miro Cerar si è prestato ieri ad un dibattito in aula con i deputati sloveni e ha respinto le accuse dell’opposizione di aver garantito un livello di sicurezza insufficiente. «Nessun uomo armato può entrare in Slovenia», ha dichiarato Cerar assicurando che nel paese il «livello di rischio» rimane «invariato». Lubiana ha finora registrato più di 220mila ingressi dal 16 settembre scorso e sta attualmente costruendo una «barriera tecnica» per evitare eventuali attraversamenti del “green border”, il confine naturale tra i diversi valichi ufficiali. Una scelta simile potrebbe essere presto presa dalla Macedonia, dove il consiglio sicurezza ha ordinato all’esercito di «tenersi pronti» all’eventuale costruzione di un muro di filo spinato alla frontiera con la Grecia per «controllare meglio il flusso», come riporta l’agenzia locale Meta. Un annuncio che gli attivisti interpretano come reazione diretta agli attentati di Parigi. Intervistata dal portale regionale Birn, la direttrice del Comitato Helsinki per i diritti dell’uomo, Uranija Pirovska, ha invitato il governo di Skopje a non confondere la crisi dei rifugiati in corso e le stragi nella capitale francese e ha denunciato dei recenti attacchi ai volontari che prestano aiuto ai rifugiati.

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