Khalil, annegato tra l’indifferenza

Morto, sotto gli occhi di tutti. Gli indifferenti di Molo Audace come gli indifferenti di Barcola alcuni anni fa: continuavano a prendere il sole con un cadavere vicino, annegato poco prima.
Khalil Nazary, l’afgano di ventisei anni affetto da disturbi psichici, si è suicidato senza che nessuno tentasse di salvarlo. È affogato l’altro ieri in pieno pomeriggio davanti a piazza Unità, nei pressi della Scala Reale, a qualche passo dal Molo. Si è lasciato cadere. Ma c’erano decine di persone lì, in quel momento, la Polizia ne è certa. Semplici passanti e curiosi in una bella giornata estiva. Possibile che nessuno si sia accorto di nulla? La Questura ha segnalato il caso alla Procura. Nelle carte figura anche un allegato sottoscritto dalla famiglia di Khalil che chiede di far luce sulla vicenda. Perché, e questo è stato rivelato sia dai parenti che da fonti investigative, il ragazzo non era affatto solo, ma accompagnato da un educatore della cooperativa che lo aveva in carico per conto del Centro di salute mentale dell’Azienda sanitaria. La cooperativa, stando a quanto rendono noto i familiari, è la “Amico” con sede in via Coroneo. I responsabili, più volte contattati telefonicamente, sono irraggiungibili. E quindi, allo stato attuale, non è possibile sapere perché il loro dipendente non abbia tentato di soccorrere l’assistito. Dalle ricostruzioni pare che tutto si sia svolto rapidamente: i due stavano passeggiando quando, di colpo, il giovane ha fatto il passo che poi gli è stato fatale. Non si sa se chi l’accompagnava abbia provato a trattenerlo. Ma sarebbe stato lui, l’educatore, ad allertare la Polizia. Forse, così sembra, ha gridato e domandato aiuto. Ma nessuno dei presenti si è buttato.
Nemmeno dall’Azienda sanitaria arrivano spiegazioni: né dai dirigenti aziendali, né dal medico responsabile della Maddalena, dove il giovane era ben noto, come conferma anche Gianfranco Schiavone, presidente dell’Ics, che si occupa dei rifugiati. Sono stati contattati tutti, più volte. Al momento non ci sono risposte. Di fronte al silenzio generale ci si deve affidare ai racconti dei parenti. E’ una famiglia dell’Afghanistan, da anni integrata a Trieste. Il cugino di Khalil è il gestore della nota pizzeria per asporto di via Lazzaretto Vecchio, “Pizze Pazze”: si chiama David Nazary conosce gli assistenti sociali, la struttura in cui alloggiava il ragazzo e tutta la sofferenza che il cugino si portava dentro.
Khalil viveva in Italia dal 2008 da rifugiato. Soffriva di disturbi, un disagio che gli impediva di frenare il desiderio di toccare tutto, oggetti e persone. Aveva allungato le mani su alcune ragazze e per questo era finito al Coroneo. Da un po’ era ai domiciliari in una residenza per anziani in via San Nicolò, l’Alida. «Era autorizzato a uscire con un operatore un’ora al mattino e due ore di pomeriggio», ripercorre David. «Prendeva farmaci prescritti dalla Maddalena e anche nel momento del suicidio, martedì, era sotto l’effetto delle pastiglie. A causa di quei farmaci era ingrassato molto - osserva - e si sentiva sempre debole. Abbiamo saputo che quando l’educatore lo aveva portato fuori, mio cugino stava dormendo. Lo hanno svegliato per farlo uscire, forse sarebbe stato meglio lasciarlo in pace. I servizi sanitari non sono mai riusciti a trovare una sistemazione adatta a lui - accusa David - passava da un centro all’altro. Se chi di dovere si fosse veramente occupato di lui, e non solo con i farmaci, forse avremmo evitato una tragedia. Ora è morto sotto gli occhi di tutti, perché?». «È un interrogativo che si pongono tutti», commenta Fulvia Verani, l’assistente sociale.
Il corpo verrà sepolto in Afghanistan. «Siamo venuti qui da vivi, ce ne andiamo da morti», dice il fratello.
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