La doppia vita del territorio prima e dopo il terremoto

Nel 1976 nacquero una nuova etica di governo e moderne pratiche operative
Di Giulio Mellinato

di GIULIO MELLINATO

(segue dalla copertina)

Dopo la seconda guerra mondiale, in larghe parti della nuova Regione non si era votato né per il referendum tra Monarchia e Repubblica né per la nuova Costituzione, facendo sì che il dibattito politico rimanesse a lungo prigioniero di discussioni che non produssero strategie operative di lungo termine (le polemiche post-partigiane, la contesa etnico-nazionale, il risorgere dei localismi), mentre anche l’identità della nuova istituzione regionale rimase per anni oggetto di acceso dibattito.

Alla fine, nel 1964, la Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia (quella volta c’era anche un trattino divisore) nacque quando ormai le altre quattro Regioni a statuto speciale erano ormai pienamente operanti, ed avevano scarso interesse a collaborare con la nuova venuta, mentre stava già fiorendo il dibattito sulle Regioni a statuto ordinario, che sarebbero state create da lì a poco. Il Friuli Venezia Giulia si presentava quindi come una specie di ibrido: un po’ meno delle prime Regioni autonome, un po’ più rispetto alle Regioni ordinarie.

Inizialmente, una simile condizione si trasformò in un’occasione fortunata, perché concesse un’ampia libertà operativa alle prime Giunte che, favorite anche da un quadro politico eccezionalmente stabile, riuscirono a mobilitare verso lo sviluppo una agricoltura arretrata ed un’industria che appariva inerte e mal distribuita.

Negli anni Cinquanta, il reddito pro capite friulano era di un quarto inferiore alla media nazionale, e la nuova Regione aveva urgente bisogno di dimostrarsi capace di invertire la tendenza. Per questo, negli anni 1966-70 fu elaborato un primo piano regionale di sviluppo (un piccolo gioiello, riconosciuto come un esempio anche al di fuori del FVG), con lo scopo di “attivare” quelle energie presenti nel territorio, ma non ancora utilizzate in piena misura.

Per l’agricoltura, veniva prevista una diminuzione dell’occupazione, un costante aumento dell’efficienza operativa e dei prodotti vendibili, e quindi un sensibile aumento dei redditi degli agricoltori, in stretta sintonia con la politica agricola della Comunità economica europea.

Contemporaneamente, la versione industriale del piano prevedeva un forte aumento della produzione e dell’occupazione, grazie al rafforzamento del tradizionale tessuto di piccole e piccolissime attività, ma soprattutto l’introduzione di misure specifiche tendenti ad aumentare le dimensioni delle imprese (da piccole ad almeno medie) ed a rafforzare la presenza delle industrie più grandi, connotate da una alta intensità di capitale (macchinari, attrezzature, ecc.) per addetto.

I risultati furono notevoli: l’anno prima del terremoto le grandi aziende agricole arrivarono a controllare il 50% della terra coltivabile, mentre la quota di agricoltori proprietari passava dal già alto 90% del 1961 al 97% del 1975. Dal punto di vista industriale, in quegli stessi anni al grandissimo sviluppo della realtà pordenonese (Pordenone quasi raddoppò i propri abitanti tra 1951 e 1971) si accompagnava il consolidamento di altre aree industriali friulane, che si erano rapidamente evolute dall’artigianato, mentre tutto sommato non negativa (dopo le crisi degli anni Sessanta) era la situazione per l’ampio comparto dell’industria pubblica, concentrata soprattutto nell’area giuliana, dove si concentrarono anche gli uffici dello stesso ente Regione.

I terremoti del maggio-settembre 1976 interruppero bruscamente queste dinamiche, ma ne crearono altre, dopo che l’iniziale shock delle catastrofiche distruzioni materiali e delle gravissime perdite umane fu superato. In sostanza, si potrebbe quasi dire che l’ente Regione ebbe due storie: una prima del terremoto, l’altra dopo. Rimasero intatte le architetture normative e gli obiettivi di lungo termine, mentre la necessità di rimediare alla tragedia portò all’adozione di pratiche operative e di un’etica di governo che sarebbe durata a lungo. Come disse l’Assessore alla ricostruzione Dominici, in quegli anni fu fatta la scelta «di concepire la ricostruzione come rinascita e sviluppo», tanto da parlare di ricostruzione del Friuli, non solo nel Friuli.

I piani erano in gran parte pronti, dal punto di vista urbanistico, produttivo, dei servizi e delle grandi infrastrutture. Vennero rapidamente creati organismi straordinari per la loro realizzazione, mentre il flusso delle risorse destinate alla ricostruzione fu indirizzato verso un ampio ventaglio di interventi, per la modernizzazione del sistema economicosociale locale e la sua apertura ai mercati internazionali. Nei primi anni Ottanta, un’inchiesta del Corriere della Sera trovava nel Friuli Venezia Giulia una delle aree più dinamiche del Nord Italia, in anni nei quali le crisi petrolifere stavano mettendo in ginocchio le grandi industrie del “Triangolo”. In pratica, l’immagine risultava l’opposto rispetto a quella di vent’anni prima.

La scelta internazionale non fu soltanto economica. Il Friuli Venezia Giulia, ad esempio, fu uno dei fondatori della Comunità di Alpe-Adria, tra le prime entità attive nella creazione di quanti più ponti possibili tra Est e Ovest, anticipando di molto la caduta del Muro di Berlino e lo sgretolamento dell’area ex sovietica. E le strade aperte da Alpe-Adria portarono ad un moltiplicarsi di iniziative nella politica, nella cultura, nell’economia e in numerosi altri settori, dal turismo alla tutela dell’ambiente e delle risorse. Ancora oggi, l’economia regionale è una delle più votate all’esportazione d’Italia, con risultati significativi sia nell’industria che nei servizi.

In parte, fino a pochi anni fa, un’economia così aperta e relativamente flessibile ha tenuto la società locale al riparo da alcuni aspetti del declino economico italiano, già avvertibile alla fine degli anni Novanta, ed ha trasformato in occasioni di profitto molti dei cambiamenti in atto nell’Europa orientale. Un ruolo che, nel 2003, ha fatto di Gorizia il palcoscenico continentale per salutare il superamento dei “blocchi” che per decenni avevano diviso l’Europa.

La posizione intermedia ed un sapiente uso del marketing territoriale hanno attutito di molto il declino delle tradizionali attività economiche, creandone altre. Tra il 2001 ed il 2009, infatti, la quota dell’agricoltura sul prodotto interno lordo regionale è calata dal 2,48 all’1,14%, quella dell’industria dal 29,80 al 25,11%, mentre la tenuta dei redditi regionali è stata garantita dai servizi, passati negli stessi anni dal 67,72% al 73,75%. Quasi un terzo di questa quota (quindi quasi un quarto del reddito regionale) deriva dal piccolo commercio e dalle attività turistiche.

Un’altra eccellenza regionale si registra nel cosiddetto “capitale umano”, soprattutto al livello degli iscritti alla scuola superiore ed a quello universitario, in questo caso registrando nel ventennio 1981-2001 un risultato nettamente superiore rispetto alle altre regioni del Nord.

Semmai, in anni recenti, i successi ottenuti nell’allineare i livelli di vita dei cittadini della regione ai migliori standard europei sembrano aver inceppato i meccanismi di programmazione strategica che in passato avevano consentito di realizzare quell’allineamento.

Dagli anni di Tangentopoli, l’ente Regione sembra essere rimasto a lungo invischiato in questioni molto interne al Palazzo: tra il 1964 ed il 1991 la Regione autonoma conobbe soltanto tre Presidenti, mentre nel decennio 1992-2002 se ne avvicendarono ben otto, alcuni durati in carica soltanto pochi mesi, accompagnati da una estrema variabilità delle maggioranze consiliari e delle opzioni elettorali espresse dai cittadini.

Per una classe dirigente regionale abituata a pianificare sulla scala dei decenni (anche in risposta ad eventi fulminei, come il terremoto) la successione degli eventi degli anni Novanta fu un colpo durissimo, tanto da togliere bruscamente dalla scena la maggior parte dei protagonisti.

Il quadro degli anni Duemila è ancora incerto. Alcune analisi della Banca d’Italia rilevano come presenti in Regione numerosi elementi positivi (dall’elevato livello della tecnologia disponibile alla qualità delle risorse umane), anche se alcune tendenze fino a poco tempo fa così positive hanno cambiato segno, e sembrano rendere meno dinamiche le potenzialità di sviluppo, avvicinando i modelli di uso delle risorse disponibili alla rendita e al consumo, piuttosto che all’investimento. Quella missione da “agente modernizzatore” che la legge istitutiva assegnava mezzo secolo fa alla Regione non si è affatto conclusa, anche se si è certamente modificata in profondità. Ma ci sarebbe da stupirsi del contrario.

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