La famiglia di Davide chiusa nel dolore
Nessuno se la sente di parlare. Messaggi e fiori sul luogo della tragedia: gli angeli veglino su di te
Un dolore immenso da tentare di sopportare in silenzio. Il giorno dopo la tragedia che ha portato via il piccolo Davide Bressan, l’atmosfera attorno alla sua casa in via dell’Acqua 21/4 è surreale. Lì il campioncino di pattinaggio artistico viveva con i genitori e la sorella maggiore, all’interno di una villetta di colore verde acqua, in una zona tranquillissima a Campanelle. Il portoncino in ferro che separa il giardino dal marciapiede è socchiuso, quasi invogliasse ad entrare, ma la risposta al citofono è perentoria e nel contempo gentile, nonostante il dolore e la disperazione di queste ore: «Non intendiamo rilasciare alcuna dichiarazione». La voce di una donna chiarisce come, in maniera assolutamente legittima, la madre e il padre di Davide non vogliano essere disturbati nel momento più difficile della loro vita. L’unico rumore che si sente, di lì a qualche metro, è il brusio di un gruppetto di ragazzi che parlano dell’imminente ritorno sui banchi di scuola. Per il resto, attorno l’atmosfera è gelida, anche se la temperatura all’esterno dice che ci sono quasi trenta gradi. Qualche secondo dopo aver chiuso la comunicazione, dalla villetta esce una donna che chiude il cancello. Non alza lo sguardo nemmeno per un attimo, spinge la porticina, la aggancia e rientra. Evidentemente era rimasta semi-aperta per sbaglio. La coltre di silenzioso dolore è la stessa che avvolge la casetta di via Costalunga, dove vivono i nonni materni di Davide e gli zii.
Un’abitazione che si arrampica lungo una breve salita, una via d’accesso che la separa da quella maledetta striscia d’asfalto su cui transitano automobili e moto. E sulla quale venerdì ha perso la vita il giovane pattinatore in forza al Polet di Opicina. Nel giardino in cui fino a ieri pomeriggio aveva giocato Davide, prima della tragica rincorsa a quel perfido pallone scivolato in mezzo alla strada, si vede solo il cagnolino che abbaia così forte quasi volesse sputare anche la sua rabbia e il suo dispiacere. Passa qualche secondo e spunta una signora, Roberta, la zia di Davide: «Non vogliamo dire niente. Stiamo vivendo un incubo», dice con gli occhi lucidi. Poi se ne va. La famiglia ha scelto di vivere il dramma della scomparsa di Davide nel massimo riserbo e con grande dignità. Un destino crudele, quello che ha colpito le famiglie Bressan e Ceppi (il cognome della madre del piccolo), considerato poi il fatto che «solitamente Davide non scendeva mai per strada», come sottolinea ancora un vicino. Tornando sul luogo dell’impatto mortale, i fiori e i messaggi in ricordo dello sfortunato giovane, che già avevano iniziato a comparire un paio d’ore dopo l’incidente, continuano a moltiplicarsi. Ciclamini, margherite: il colore dominante è il bianco. «Dolce Davide, gli angeli del cielo veglino su di te e sui tuoi cari», recita un biglietto firmato da Martina e Max con mamma e papà. «Per me eri come un fratello. Adesso che non ci sei più ti prometto che starò accanto a tutta la tua famiglia! Ciao Davide», è il commovente impegno preso da Giorgia. «Giulia coraggio. Siamo tutti con te», è la testimonianza di alcuni amici della sorella di Davide.
Legata vicino ai mazzi floreali spunta anche una sciarpa. Ha i colori rossoneri e la scritta «Fossa dei leoni», storico gruppo della tifoseria organizzata del Milan. Probabilmente Davide Bressan seguiva anche il calcio ed era un tifoso della squadra campione del mondo per club in carica. Quel tratto di strada di via Costalunga Davide l’aveva percorso chissà quante volte, anche perché lì vicino, in via Pagano, c’è la scuola elementare che frequentava, la «Gianni Rodari». Come tutti i suoi compagni avrebbe dovuto ripresentarsi in classe lunedì 15 settembre, per iniziare il quinto anno, l’ultimo prima di passare alle medie. La Rodari è una scuola tutto sommato piccolina, nella quale le insegnanti conoscono quasi tutti i bambini iscritti, pur non essendo direttamente le maestre della specifica classe. Così è, ad esempio, per Ariella Maicus: «A scuola ci si conosce tutti - racconta -, peraltro recentemente avevo visto Davide in bicicletta e mi aveva salutata gentilmente. Un gesto educato che, al giorno d’oggi, è diventato una cosa piuttosto rara».
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