LA GUERRA DEL PETROLIO

C’è ancora una volta il petrolio all’origine della guerra esplosa nel Caucaso. La posta in gioco è il controllo dell’unica pipeline che non passa dalla Russia per rifornire l’Europa. A rischio ci sono almeno un milione di barili al giorno di greggio e gli interessi strategici di colossi del settore come British Petroleum, che partecipa all’impresa con il trenta per cento, o dell’Eni, che ha una quota poco inferiore. Poi a innescare l’incendio sono state le scintille di uno scontro politico che infiamma il Caucaso da decenni, con le autorità georgiane e quelle ossete che si accusano a vicenda dell’escalation militare. Ma senza il «tubo» aperto nel 2006 il fuoco sarebbe rimasto a covare sotto la cenere. Mosca, del resto, ha sempre giudicato un affronto l’oleodotto che porta a Ceyan, sul Caspio, il greggio azero bypassando la rete russa.


A differenza degli europei, pronti a finanziare il progetto e a fornire capitali con un obiettivo chiaro: ridurre la quantità di petrolio fornito a caro prezzo dagli oligarchi russi. È all’interno di questo scenario che va collocato quanto sta accadendo nelle ultime ore, con georgiani e russi precipitati nella spirale negativa del conflitto armato e il presidente Medvedev deciso a mettere ad ogni costo un freno all’influenza occidentale nella regione, cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi anni anche in virtù dei legami sempre più stretti tra Georgia e Nato, preludio a un possibile coinvolgimento ucraino all’interno dell’alleanza.


Anche se gli analisti sono divisi sull’andamento delle quotazioni del petrolio nel corso dei prossimi mesi, nessuno crede che potranno scendere in maniera significativa. E così gli ottimisti parlano di un prezzo destinato a ripiegare, mentre i pessimisti prevedono una corsa verso quota duecento dollari. Gli aumenti registrati durante l’ultimo anno e mezzo stanno causando pesanti effetti negativi sulle economie occidentali, e ora è davvero a rischio l’inversione di tendenza sulla i mercati scommettevano.


Il conflitto caucasico mette in pericolo la ripresa e il timore, assai diffuso tra i commentatori di Londra e Washington, è che la guerra possa generare una «tempesta perfetta», ricreando la spirale negativa già manifestatasi negli anni Settanta, quando l’instabilità politica nel Medio Oriente sommata al costo del greggio provocò una delle crisi più gravi dell’ultimo mezzo secolo in Europa e negli Stati Uniti. A complicare ulteriormente il quadro c’è l’aspetto militare: Mosca ha la forza necessaria per schiacciare facilmente i georgiani. Ma se lo facesse la fragile tregua politica tra Occidente e Russia salterebbe con conseguenze gravissime non solo sul prezzo del petrolio.

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