LA MORTE FEDERALISTA

La Regione Lombardia ha negato la sospensione dell'assistenza (quasi ritenesse la sua condizione di "morte oggettiva" reversibile) per Eluana, la donna ormai in coma irreversibile per incidente stradale dal 1992. I motivi di preoccupazione per una simile decisione sono molti. Cui si aggiungono quelli sorti, appena poco prima, per la decisione che è stata presa dal Parlamento.


La decisione (con l'opposizione afona, ad essere generosi) di, sollevare dinnanzi alla Corte costituzionale un conflitto di poteri contro la Cassazione che, confermando la sentenza della Corte d'appello di Milano, autorizzava a "staccare la spina" ad Eluana, avrebbe così invaso il potere disciplinare in materia del Legislativo. Insomma, quando si tratta di tecno-vita, perché quella di Eluana è solo questo, il ceto politico - cui nessuno italiano riconosce doti di predicatore etico - mostra i muscoli.


E così condanna una famiglia, quella di Eluana e, con essa, purtroppo, molte altre in condizioni analoghe, a confrontarsi con Organi costituzionali (Parlamento e Regione Lombardia) sordi e nemici. Nonché pronti, rifiutandosi di riconoscere l'esistenza di condizioni naturali, nonostante l'ingegneria medica, a criminalizzarla quando chiede che questa morte sia semplicemente riconosciuta.


La decisione della Regione Lombardia ha tuttavia il merito di obbligare l'opinione pubblica a confrontarsi con le "scelte tragiche" della bioetica. E alle quali, nel rispetto del diritto attuale e in attesa di future decisioni del Legislatore (il testamento biologico), sia la Corte d'appello di Milano che la Cassazione avevano provato a dare una prima risposta. Rispetto alla quale, viceversa, il governo lombardo ha voluto prendere una strada che va in senso opposto. Perfino rifiutandosi di dare corso a un provvedimento dell'Autorità giudiziaria. Portandoci così diritti a una sorta di "dilemma bioetico" da federalismo. Cioè al sospetto che la Regione Emilia Romagna avrebbe deciso in modo opposto.


Ovvero che, in tempi di marciante federalismo, è lecito il sospetto che il "quando si è morti" potrebbe variare da una regione all'altra a seconda dell'orientamento politico. Qui, veramente, potrebbe annunciarsi una tragica farsa di spietata cattiveria contro le famiglie coinvolte. Naturalmente, è vero che la decisione di "staccare le macchine", come nel caso di Eluana, è in senso proprio una "scelta tragica" (comunque si decida).


Ed è indubbio che il Legislatore, in questi ambiti, debba andare con i piedi di piombo. Purché si tracci una linea di confine assolutamente chiara. Ed è che i valori di una concezione - ad esempio quelli della tradizione rappresentata dall'insegnamento della Chiesa di Roma - evitino di pretendere di essere regola per tutti. Come, all'opposto, appare capitare, dietro i "giochi" giuridici di Parlamento e Regione Lombardia, per Eluana; e i tanti altri nella sua stessa condizione. Insomma, quello che qui riemerge prepotente è il tema della laicità (negata?) dello Stato. Che, nel caso specifico, appare pure come una forma di forte compassione umana.


Che invece, sicuramente al di là delle intenzioni, rischia di mancare tra i fautori della robot-vita (ma senza coscienza; qualche credente potrebbe vedere nel suo corpo "congelato" perfino una dissacrazione) di Eluana. Certo, si vorrebbe leggere in tutto ciò, anche se produce dolore ai famigliari rimasti, una forma di "rispetto per la vita".


Tuttavia, pur nella convinzione della assoluta buona fede dei suoi proponenti, risulta difficile una simile interpretazione. Piuttosto, infatti, vi si scorge una sorta di "ideologia della vita" di marca tecnologica. Ovvero di trasformazione della vita da valore (per il credente il mistero del dono di Dio) a terminale di apparati tecnico-scientifici: il perfetto contrario di quel diritto naturale che si invoca. Mentre si tratta di accettare che una cosa è la vita; e altra, diversa e distinta, sono le macchine. Oltre un certo limite, nulla può l'ingegneria bio/medica. In fondo, è questo quello che ci chiede di riconoscere il padre di Eluana.

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