LA NATO E PUTIN
Washington e Mosca mostrano i muscoli. E volano gli schiaffi. Il primo lo tirano gli Stati Uniti accordandosi con Varsavia (che ai tempi dell’Urss era parte integrante della sua cintura di sicurezza ad Occidente). Una mossa per avviare l’installazione di missili antimissile americani sul territorio polacco; il secondo è di Mosca con la decisione di allentare la cooperazione militare Russia/Nato sorta per costruire una comune visione di sicurezza del Nord del mondo rispetto alle sfide - politiche, strategiche, economiche – di cui la ”guerra del terrore” è un annuncio.
Per inciso, è da vedersi se così il Cremlino intenda forzare la situazione fino a cancellare l’accordo di Bucarest per il transito sul suolo russo, via San Pietroburgo ed il Mar Caspio, di rifornimenti per l’Isaf (la Nato in Afghanistan). Perché, nel caso, la tensione si acuirebbe ancora visto che a Kabul l’Occidente si gioca buona parte della propria credibilità.
Da ultima, a dare fuoco alle polveri è la ”questione georgiana”. Con la connessa idea dell’Amministrazione Bush di esportare la Nato in Georgia ed in Ucraina. Ovvero, per frammentazione etnico/politica, nei cosiddette ”Balcani d’Eurasia” (secondo l’intuizione del politologo polacco/americano Brzezinski). Che qui il gioco si faccia duro è ovvio. Perché la Federazione Russa nel Caucaso si gioca il peso internazionale; ma anche, dato il mosaico di popoli che la compongono, la tenuta interna. Insomma, rispetto al rischio di implosione che il Cremlino ha dinnanzi, le stesse tensioni con gli Usa sono niente. Inoltre oggi Mosca sa che dal Sud Ovest asiatico alla Siria gli Stati Uniti avrebbero il compito facilitato potendo contare sulla collaborazione russa (iniziata nel 1997 e formalizzata nel Consiglio Russia/Nato nel 2002) e che ora minaccia di svanire, ricorda sempre Mosca, per effetto della loro penetrazione in funzione antirussa – anche con consiglieri militari – nel Caucaso.
Naturalmente, gli Stati Uniti temono che Mosca, come ai tempi dell’Urss, sia nuovamente un competitor globale. E, pertanto, puntano ad impedire, come annunciava la loro Strategia per la sicurezza nazionale del 2002, a chiunque (il ragionamento trascende la Russia) di ”superare o eguagliare il potere degli Stati Uniti”. Si badi: è legittimo che Washington, chiunque sia Presidente, punti ad essere l’unica Superpotenza planetaria. Ma parimenti dotarsi di sufficiente realismo politico da riconoscere che la Russia, diversamente dal crash del primo post-comunismo, può ambire a tornare, con nuove risorse (energia, soprattutto) tra i Grandi. E che quindi la pur auspicata da Bush integrazione del Cremlino nella comunità euro-atlantica potrà avvenire, se avverrà, su basi lontane dai desiderata statunitensi.
Viceversa, se si continuerà, come postula la medesima Dottrina strategica, a sostenere ”l’indipendenza e la stabilità degli Stati ex Urss” per avere la Russia amica (cioè troppo debole per essere nemica) sarà crisi. Come dimostra il rigetto moscovita di questo approccio americano in Ucraina ed in Georgia. Tocca ora all’Occidente valutare se il gioco valga la candela. O se, piuttosto, in Medioriente, in Africa o in Asia rischi di rimetterci. Anche perché è inutile illudersi che, al peggio, si tratterebbe di un ritorno alla Guerra fredda, ossia ad un principio d’ordine internazionale di governance bipolare delle crisi. Oggi il mondo è troppo complesso per essere gerarchizzato ancora sul duplice asse Washington/Mosca.
Il pericolo, piuttosto, sarebbe dell’allargarsi della balcanizzazione dal Caucaso ad altre aree del pianeta. Nel ‘900 l’Urss (a Cuba,ad esempio) provò ad infiltrarsi nel cortile di casa degli Usa; ma senza grandi risultati; ora sono gli States che replicano il gioco in Caucaso. Ma anche questa volta è dubbio che questo razzolare in casa altrui sia proficuo. Specie mentre, a partire dall’Afghanistan, la ”guerra al terrore” incombe. Ed Impone all’Occidente un rapporto di buon vicinato con Putin.
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