La “Notte senza fine” di Elisabetta Sgarbi

A Pordenone il nuovo film dell’ideatrice della Milanesiana

di Alessandro Mezzena Lona

Due passioni grandi: la letteratura e il cinema. E, in mezzo, un progetto ambizioso. Quello di girare un film senza farsi condizionare troppo dalle diavolerie tecnologiche. Utilizzando, in pratica, solo pellicola. Puntando fin dall’inizio su piani sequenza lunghi un’intera bobina. Così ha preso forma “Notte senza fine”, il film firmato da Elisabetta Sgarbi, che nel cast vanta il Premio Oscar Toni Servillo, Laura Morante, Anna Bonaiuto, Galatea Ranzi.

Intitolato come un romanzo di Tahar Ben Jelloun, “Notte senza fine” prende ispirazione da tre racconti di Amin Maalouf, dello stesso Ben Jelloun e di Hanif Kureishi. Rispettivamente: “L’amore lontano”, “La fatalità della bellezza” e “Il buio”. Giovedì verrà proiettato a Pordenone, nel Convento di San Francesco alle 20.45, nell’ambito della rassegna Dedica. Che, quest’anno, rende omaggio proprio allo scrittore marocchino che vive a Parigi.

Direttore editoriale della Bompiani, entrata nel mondo del cinema nel 1999, da oltre dieci anni motore della Milanesiana, Elisabetta Sgarbi ha raccontato in due pellicole l’anima di Trieste: “Il viaggio della signorina Vila” e “Trieste, la contesa”.

«Questa “Notte senza fine” è nata da una passione, anzitutto - spiega Elisabetta Sgarbi -. È un film autoprodotto, costato diversi anni di lavoro e nato dal tentativo, in cui credevo allora come ora, che letteratura e cinema possano coniugarsi in modo diverso dalla normale trascrizione di un libro in una sceneggiatura. E poi il film è un gesto da equilibrista, del regista e degli attori: è girato in pellicola e costituito da piani sequenza della durata di una bobina, circa 12 minuti. La pellicola costa, non ne avevamo molta. Agli attori era data una sola possibilità di errore. E di ripetere l’intero piano sequenza».

Difficile lavorare così?

«C’era molta tensione sul set. E questa tensione, in senso positivo, si respira anche nel film. Gli attori danno una prova straordinaria: sono testi complessi, non sceneggiati, lunghi, interamente da memorizzare. Era, a ripensarci, una richiesta abbastanza folle».

Perché ha scelto questi tre racconti?

«Sembrerà banale dirlo, ma perché mi piacevano. Mi emozionavano. Mi evocavano immagini e cercavo di dar loro voce attraverso voci di attori che amavo».

Storie che declinano il tema dell’amore, in tutte le sue sfumature...

«Sono tre racconti sul desiderio, scritti da autori molto diversi, eppure straordinariamente complementari. L’amore assoluto dei trovatori: il desiderio struggente dei versi di Maalouf, Premio Goncourt; l’amore scabroso, inconfessabile, di una figlia verso il suo patrigno, nelle parole di Kureishi; il terrore del tradimento, nel racconto sorprendente di Ben Jelloun».

Un cast di attori di tutto rispetto...

«Conosco Toni Servillo da molti anni, e quando gli chiesi di interpretare un episodio del film, non aveva ancora girato “Le conseguenze dell’amore”. Lo seguivo per il suo, allora come ora, lavoro di ricerca teatrale. Sono trascorsi più di dieci anni, Toni ha sempre, con generosità, prestato la sua voce ai miei film, ai testi della Letteratura».

C’è anche Laura Morante?

«Bellissima, interpreta la moglie di Toni Servillo nell’episodio scritto da Tahar Ben Jelloun. Entrambi si muovono, di notte, perché è un film tutto in notturno, nella Villa Badoer di Fratta Polesine, opera del Palladio. Nel pronao della Villa. Galatea Ranzi interpreta la principessa, che si strugge nel desiderio dell’amato, nel racconto di Maalouf, e siamo nel Castello Maniace di Ortigia, a Siracusa. Infine, Anna Bonaiuto si sdoppia nel dialogo scritto da Kureishi e si muove nelle Cave di Marmo di Carrara. Anche il set è protagonista di questo film».

Letteratura e cinema hanno linguaggi diversi: come farli convivere?

«La sceneggiatura costituisce la mediazione consueta tra le due cose. In questo film, ripeto, il testo letterario è come è, l’attore lo interpreta con il corpo e con la voce, senza “sceneggiarlo”. Toni Servillo al Festival di Torino, dove il film è stato presentato in concorso, parlò di “letteratura filmata”. Mi sembra, a tutt’oggi, una definizione calzante».

Raccontare per immagini storie scritte da altri: come si comporta, tradisce o cerca di essere fedele?

«Fedelissima, ai limiti della pedanteria, ma senza soggezione. Una sottomissione volontaria».

Lei cura molto anche la musica: di chi è la colonna sonora?

«È di Roberto Cacciapaglia, che ho scoperto da non molto. Siamo diventati amici. Ha partecipato più volte alla Milanesiana e ha composto musiche per altri miei lavori, in particolare sull’arte».

A proposito di libri: quando uscirà il progetto di Mauro Covacich su Pier Antonio Quarantotti Gambini?

«Penso nel gennaio dell’anno prossimo, se non andrà in rotta di collisione con altri progetti di Covacich. Mauro ha già lavorato a una ricca introduzione che colloca perfettamente lo scrittore nel panorama letterario europeo del ‘900».

Bompiani sta traducendo il romanzo della scrittrice di Fiume Daša Drndi„, “Trieste”, che ha conquistato la critica inglese...

«Abbiamo acquistato i diritti molto più tardi che in Inghilterra e Francia. La traduzione procede, anche se non è per nulla semplice. E il libro è importante, merita cura, perché resterà e lo leggeranno le prossime generazioni. Confido possa uscire a gennaio 2015. E vorrei fosse capace di unire la Giornata della memoria e la Giornata del ricordo».

Da cosa nasce il suo amore per la cultura del Friuli Venezia Giulia?

«Un dato biografico: il mio primo lavoro editoriale, sottratto alla farmacia cui ero destinata, è stato allo Studio Tesi, a Pordenone. Poi sono seguite moltissime frequentazioni, per lo più felici. Il Premio Campiello di Pino Roveredo. I due film dedicati a Trieste e la scoperta di questa città e di molte persone che mi sono sembrate vicine da sempre. La novella amicizia con un “giovane” triestino come Boris Pahor, la scoperta del mondo sloveno e della sua poesia. L’amicizia con Claudio Magris e Mauro Covacich. E Susanna Tamaro. Il grafico che lavora alla Bompiani, Francesco Messina, vive a Udine. Credo nelle affinità elettive, ma direi con le persone, ancor prima e ancor più che con la cultura».

alemezlo

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