LA POLITICA SENZ’ANIMA
«Una bruciante sconfitta», «La batosta», «Il Polo vince al Nord»: le prime pagine dei tre principali quotidiani italiani disegnano così il quadro che esce dalle urne. Non sono certo giornali ostili al centrosinistra: uno di essi -"la Repubblica"- è il suo principale sostenitore. «Non è stata la spallata», si consola Romano Prodi: la divinità acceca chi vuole mandare in rovina, dicevano gli antichi. I risultati del Nord hanno proporzioni clamorose. Il centrodestra si afferma con percentuali che superano talora il 60%, costringe il centrosinistra al ballottaggio nella provincia di Genova e gli si avvicina molto nella città. Riguadagna di slancio province che aveva perso, ne conquista di nuove e si avvia a mantenere alcune roccaforti espugnate in precedenza, come Parma.
Se le percentuali ottenute al Nord dal centrodestra si trasferissero in elezioni politiche sancirebbero una sua vittoria schiacciante. Inoltre i principali successi del centrosinistra sono largamente dovuti a insipienza dall'avversario e a situazioni non ripetibili. Così è ad Agrigento, dove il sindaco di centrosinistra è peraltro un transfuga dell'Udc e sarà comunque in minoranza in consiglio comunale. E così è a Taranto: qui inoltre la lista della sinistra radicale ha battuto ed escluso dal ballottaggio quella riformista. Altri risultati buoni, a L'Aquila e Frosinone, sono stati affiancati da esiti molto meno buoni: a Reggio Calabria e a Isernia il centrodestra sfiora il 70%. C'è da chiedersi come sarebbe il panorama meridionale se avessero votato anche le realtà campane invase in questi giorni dai rifiuti.
Alla sconfitta del centrosinistra si è aggiunta una sconfitta del futuro partito democratico che appare altrettanto netta: le liste dell'Ulivo sono ovunque in forte, e talora fortissimo calo rispetto a un anno fa. «Ora faccio anch'io l'antipolitico», avrebbe detto Romano Prodi, e la battuta non è felicissima: dovrebbe succedere l'esatto contrario. Per il centrosinistra e per il futuro Partito democratico è infatti più che mai l'ora della politica. È più che mai l'ora di dare alla prospettiva riformista quell'anima che non ha mai realmente avuto: che forse non ha mai voluto, stretto dalla necessità di mediazioni e di equilibri. Quell'immobilismo ha portato al disastro. Perfino l'inaspettato regalo di risorse in più (il "tesoretto") è diventato motivo di imbarazzo, di non scelta. Le ipotesi erano e sono due, e molto semplici: è ancora necessario stringere la cinghia per ragioni di bilancio o è possibile favorire il rilancio dei consumi, iniziando a diminuire il carico fiscale o in altre forme? Il governo ha preferito non scegliere.
Ha preferito non scontentare e non soddisfare nessuna delle molte richieste che gli venivano: e così non solo ha scontentato tutti ma ha dimostrato ancora una volta di non avere né prospettive né parole. Qualunque cosa farà adesso, sarà molto facile per l'opposizione dire che lo fa perché costretto dalla stangata elettorale. La sconfitta al Nord, va ribadito, ha proporzioni enormi. Ci si diverte poco ad ironizzare - come qualcuno ha fatto - sulla larga vittoria a Verona di un candidato-sceriffo della Lega, uno che tempo fa si è presentato in muncipio con una tigre al guinzaglio e con lo slogan: "el leon che magna el teròn". Tutto vero, ed è anche vero che Bossi è riuscito a imporre e a far vincere anche in altre città i candidati improbabili di una Lega agonizzante: ma c'è solo questo nel rifiuto del centrosinistra da parte della parte più ricca e più dinamica del paese? Poiché, ovviamente, sarebbe folle pensarlo, appare suicida ogni minimizzazione e mortale ogni rinvio.
È il momento di decisioni rapide e chiare: non sarebbero mai più rischiose dell'immobilismo. Urgono scelte sulle cose da fare immediatamente e su quelle da fare domani, e poi sul modo stesso di intendere la politica. È bastato che qualcuno lo dicesse e ci si è trovato d'accordo tutti, o quasi: la crisi della politica ha raggiunto livelli ancor più gravi che nei primi anni novanta. A questa diffusa consapevolezza il non ancora nato Partito democratico ha risposto con il vecchissimo teatrino della peggior politica, liti e piccinerie per un comitato che deve fissare le date di un congresso e poco più. Se doveva essere una vetrina, è significativo che ne siano state escluse figure importanti di amministratori che proprio al nord hanno operato e operano bene: facciamoci del male, direbbe Nanni Moretti. Così, con tutta evidenza, non si può andare avanti.
E' l'ultima occasione per fare davvero quello che sin qui si è preferito non fare. Il nuovo partito non può nascere senz'anima, e non può nascere senza una priorità esplicita. Può mettere al centro il sogno di Veltroni o il pragmatismo di Bersani o la equilibrata e saggia competenza di Anna Finocchiaro, ma è il momento di scegliere un leader: avrà il compito di sostenere e stimolare il capo del governo, Romano Prodi, e al tempo stesso di guidare i primi passi del nuovo partito, definirne meglio il profilo e lo sguardo verso il futuro. Se così non si farà il centrosinistra è destinato alla scomparsa, non solo alla sconfitta. Quel che è successo sin qui spinge, purtroppo, verso un forte pessimismo. Un fortissimo pessimismo.
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