LA SCIMMIA UMANA
Per una settimana giornali e telegiornali di tutto il mondo hanno mostrato una femmina di gorilla dello zoo di Muenster, nel nord della Germania, che teneva abbracciato al seno un figlio morto poco dopo il parto. La scimmia-madre non si dava pace, si trascinava da una parte all'altra del gabbiotto sempre col figlio in braccio, ogni tanto si chinava su di lui e lo sbaciucchiava. Lo scimmietto, naturalmente, non rispondeva. La madre non voleva saperne di abbandonarlo. Alla sera si accucciava tenendolo accostato al seno. Alla mattina era la prima cosa che cercava. Ogni tanto emetteva degli squittii, la madre, che nel linguaggio umano sarebbero lamenti o richiami. Parole. Insomma, quell'animale aveva scoperto in un solo momento cos'è la maternità e cos'è la morte, ed era entrato in lutto. Il lutto più grave che si possa patire in vita. E cioè la perdita di un essere che è nato da te e dopo di te, e dovrebb'essere lui a perdere te, come sarebbe naturale, e invece sei tu a perdere lui, e questo ti dà il senso di una cecità, una crudeltà, un sadismo della natura. Qualche mese fa il parlamento spagnolo ha lavorato per stilare un codice dei diritti degli animali, ma non di tutti gli animali, bensì solo dei primati, perché sono quelli che più somigliano agli umani. Che gli animali abbiano dei diritti, è una tesi che gli animalisti sostengono da tre-quattro decenni.
Gli animali hanno un senso della vita, avvertono il dolore e il piacere, e hanno un progetto di vita, ed è loro diritto fare quel che possono per realizzare questo progetto. Nel progetto son compresi l'evitare il dolore, cercare il piacere, nutrirsi ogni giorno, avere dei figli, guidarli dove si sta meglio, insegnargli a cavarsela e lasciarli quando se la cavano. Non abbiamo nessuna prova che gli animali soffrano il loro dolore meno di quanto noi umani soffriamo il nostro. Dunque, non abbiamo nessuna prova che la vivisezione o l'uso di animali-cavie sia eticamente giustificato, se nell'etica inseriamo quel che è giusto per l'universo e non quel che è giusto solo per l'uomo. Abbiamo mille prove che chiudere animali in un circo e istruirli affinché ci divertano vuol dire fare una violenza sul loro cervello e sui loro nervi, costringerli a comportarsi innaturalmente. Molti animali li facciamo vivere tra di noi, nelle nostre case, umanamente. E' come se gli animali, potendo, facessero vivere molti uomini tra le bestie, animalmente. Ora, questa scimmia neo-madre che piange per giorni e notti il figlio morto, dice che lei voleva la maternità, non voleva perderla, il perderla le tronca la vita, quel figlio che non c'è più taglia via una fetta della sua esistenza.
Questa scimmia ha, non so come chiamarla, un'idea, un barlume, della continuità madre-figlio, e cioè (oscuramente) dell'immortalità attraverso la specie. La scena della scimmia-madre che non si stacca dallo scimmietto morto viene a dirci che tra scimmia e uomo c'è una vicinanza che riguarda anche la psiche. Non so se gli spagnoli ci han pensato, ma tra i diritti di questa scimmia c'era anche quello di partorire e ricevere assistenza dopo il parto, in modo che il figlio vivesse, possibilmente più a lungo della madre. La scimmia che si rotola per la gabbia piangendo il figlio morto rende non più sgradevole o ripugnante l'idea darwiniana di una derivazione dell'uomo dai primati. E fa pensare quanto sia terribile il dramma dell'aborto volontario, quando non sia in ballo una ragione più terribile ancora. Un poeta dialettale ingiustamente dimenticato, che era anche un parlamentare, Trilussa, descrive una tigre e una jena che gironzolano per la boscaglia, finché vedono una donna che viene col figlioletto appena partorito, lo uccide e lo nasconde: «La tigre spaventata scappa via - e la jena c'ha un occhio innumidito»
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