LA SCUOLA NON È UNA BAD COMPANY
Dopo la riforma Gentile (1923), coerente, gerarchica ed autoritaria, l’Italia democratica sta ancora cercando un modello che coniughi merito ed eguaglianza delle opportunità (come avviene nello sport). Adesso un Ministro della Repubblica afferma che ”la scuola italiana è al collasso”. Se è vero, allora la scuola ha bisogno di aiuto, di investimenti, di attenzione, di risorse umane, tecnologiche ed economiche, e non di essere considerata una sorta di ”bad company”, alla stregua dell’Alitalia. Tagliare la scuola significa tagliare la ”fabbrica dell’intelligenza” del Paese, il luogo dove si formano i cittadini, si acquisiscono visioni del mondo, si creano relazioni profonde, si sperimenta il piacere estetico della lettura (che si apprezzerà dopo qualche anno). Certo, anche nella scuola gli sprechi vanno eliminati e i fannulloni licenziati o rieducati (non si può dar torto al ministro Brunetta), ma davvero i docenti che stanno dietro alle 87mila cattedre da tagliare sono tutti ignoranti e nullafacenti? Davvero nella scuola elementare – nostro fiore all’occhiello in tutto il mondo - si riuscirà a ridurre le maestre da tre ad una, conservare la stessa qualità educativa e ad aumentare – come dice il ministro - il tempo pieno? La domanda da farsi è questa: i tagli servono ai conti della Finanziaria o a migliorare il servizio ai bambini, agli studenti, alle famiglie?
È vero, i docenti in Italia sono troppi, mal pagati e forse un po’ fannulloni. Forse sono uno spreco, ma forse sono una risposta alla complessa orografia del nostro paese ed esprimono la volontà di portare la scuola anche nei paesetti lontani, com’era Barbiana ai tempi di don Milani. Le risposte devono venire dal ministro Gelmini, che ha dimostrato buon senso quando ha proposto il grembiule uguale per tutti (anche per fare ”squadra”), il ritorno al voto numerico (come nei risultati sportivi), il 7 in condotta che diventa 5 per non fare media (senza illudersi che basti ad arginare il bullismo), l’insegnamento dell’educazione civica e della Costituzione (sacrosanta). Tutte proposte condivisibili, a condizione che non siano la cornice di un’operazione esclusivamente contabile e senza dimenticare che in Italia si spende per l’istruzione (4,8% del Pil) meno della media dei paesi avanzati (6,1%).
E poi siamo davvero sicuri che la scuola italiana sia un disastro e che gli insegnanti del sud siano una palla al piede per il paese? Il mio liceo, a sentire gli accenti dei colleghi, è ”meticcio” (non abbiamo ancora fatto un censimento etnico dei docenti), eppure è una scuola seria, avanzata, ricca di progetti didattici. La qualità della scuola del Friuli Venezia Giulia, prima della sua eventuale ”regionalizzazione”, è di livello europeo (vedi progetto PISA), anche se una parte dei docenti e dei presidi è meridionale, anche se le classi sono affollate da studenti ”stranieri” (12.500 in FVG). La forza intrinseca della scuola pubblica è sempre stata quella di far sentire milioni di giovani italiani meno ”stranieri” alla propria lingua, identità e cultura, di essere una molteplice combinazione di punti di vista, di mettere a confronto la diversità, di contenere una pluralità di visi che si guardano in faccia.
Il vero rischio sarebbe l’omologazione, il pensiero unico, la presunzione di avere in tasca una sola verità. Certo, non si deve dimenticare il territorio. Conoscere bene il selciato che calpestiamo serve a restare con i piedi per terra (è giusto, per esempio, insegnare in modo critico la storia di Trieste), ma deve essere il punto di appoggio per sollevarci ad uno sguardo più ampio e lontano (evitiamo di tenere le lezioni di filosofia in triestino e usiamolo per una battuta affettuosa o per un witz). La nostra scuola ha mille problemi, ma non è una ”bad company” da risanare solo con i tagli e i grembiulini (e piuttosto che copiare la Corea del Sud – citata a modello dall’Ocse - sarebbe meglio insistere sulla ”qualità meticcia” della scuola del Friuli Venezia Giulia).
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