LA SFIDUCIA DELLE TUTE BLU

C’è ancora una classe operaia. Ridotta, decimata, spesso emarginata, ma c'è ancora. E la parte di essa più organizzata, quella che anche in questo XXI secolo si sente maggiormente unita da uno spirito di classe, si è fatta sentire. Lo ha fatto a Mirafiori, la fabbrica più emblematica del settore più emblematico di questa classe operaia, i metalmeccanici. Lo ha fatto fischiando i sindacalisti che stanno andando in giro per l'Italia a spiegare l'accordo sul welfare siglato a luglio dai segretari generali delle tre confederazioni insieme ai rappresentanti delle organizzazioni imprenditoriali e, naturalmente, il governo. Quanti siano stati a fischiare o, comunque, a manifestare la loro profonda insoddisfazione preannunciando un no al referendum è impossibile dire: i conti si faranno solo col referendum quanto non è detto che sia automatica la conversione del mugugno, dello scontento, della contestazione in un voto negativo. Per quanto lo si neghi, infatti, una prevalenza di no, e forse anche una vittoria risicata dei sì, sarebbe dirompente: sarebbe una sconfessione dei leader sindacali. E farebbe esplodere le contraddizioni interne alla coalizione di governo tra la sinistra che chiede di rivedere il protocollo e l'ala riformista che non ne vuol sapere. Il sindacato è una cosa e la politica un'altra, ne sono convinti tutti; tutti convengono che le «cinghie di trasmissione» fanno parte di un passato ormai lontano. E tuttavia sarebbe ipocrita negare che oggi vi sia una relazione, e stretta anche, tra l'esito del referendum e la tenuta della coalizione che regge il governo. Si tratterà dunque di vedere non quanti, votando si, si dichiareranno soddisfatti, ma quanti voteranno si comprendendo che nella realtà di oggi, con gli attuali equilibri politici, con la situazione dei rapporti interni al governo e tra questo e la sua maggioranza, il protocollo è realmente il massimo che si poteva ottenere, e terranno conto del fatto che una vittoria dei no potrebbe segnare la fine di questa esperienza di governo del centrosinistra. Che gli appartenenti a questa classe operaia, componente organizzata e sindacalizzata della ben più vasta categoria sociale definita come area del disagio, possano dichiararsi oggettivamente soddisfatti è quanto meno improbabile. Da almeno dieci anni a questa parte, ma probabilmente anche da più tempo, subiscono un deterioramento delle loro condizioni di vita. I redditi reali sono rimasti stazionari o quasi (per molti, quelli che non sono più operai perché in quiescenza, o precari, o disoccupati i redditi reali si sono ridotti), ma i redditi disponibili, quelli che misurano realmente le condizioni di vita rimanendo dopo spese ineludibili come quelle per mangiare, per la casa, per i trasporti, per la scuola dei figli, quelli si sono ridotti. Dati del Fondo monetario hanno dimostrato che con la concorrenza globale il frutto degli incrementi di produttività è andato interamente al capitale, ed i redditi da lavoro si sono trovati direttamente o indirettamente a competere con il costo dello stesso lavoro nei Paesi di più recente industrializzazione. La circostanza che questo sia un fenomeno comune a tutti o quasi i Paesi più avanti sulla via dello sviluppo non basta a farsene una ragione. Disagio, scontento frustrazione per le attese deluse hanno poi trovato da ultimo un detonatore: mentre tutti i firmatari del protocollo di luglio ora sottoposto a referendum affannavano a dichiarare la impossibilità di fare di più per il lavoro, il governo ha dichiarato con i fatti, oltre che con le parole, la impossibilità di innalzare la tassazione dei redditi finanziari che è di gran lunga la più bassa d'Europa. Nessuno può sostenere che quel protocollo non comporti miglioramenti: dalla diluizione dello scalone, ai limiti sull'utilizzo del lavoro precario, all'aumento della copertura dell'indennità di disoccupazione: il punto, se escludiamo le posizioni più estreme, non è questo. È la insoddisfazione sia per l'esiguità del miglioramento rispetto al peggioramento subito in questi anni, sia per una complessiva politica governativa giudicata timida nell'imprimere una inversione della tendenza al deterioramento delle condizioni di vita subito dalla classe operaia e da quanti se la passano altrettanto male, se non peggio. Ragioni sindacali e ragioni politiche inducono a prevedere un esito del referendum favorevole al protocollo di luglio, ma i problemi rimarranno aperti, sia quelli sindacali che quelli politici.

Riproduzione riservata © Il Piccolo