LA TREGUA DI SARKOZY
Il 28 luglio, appena prima della guerra in Georgia, il Ministro per lo sviluppo economico Scajola annunciava che il rapporto tra Italia e Russia ormai «si sta configurando come un vero partenariato globale». Ben oltre insomma lo stretto ambito energetico. Una visione strategica interessante. Ma forse poco propensa ad accettarne la conseguenza: la rotta di collisione con Washington. Sospettosa che Mosca, con l'energia ed il business, punti ad un Vecchio continente meno filoamericano. Insomma, la politica dell'Italia e delle altre Cancellerie europee di giocare assieme la carta dell'amicizia "militare" (Nato) con gli Usa e quella economico-energetica con la Russia porta diritti sulle sabbie mobili.
Lo dimostra il conflitto in Georgia, la prima guerra petrolifera tra Usa/Russia con l'Europa come posta. Nel senso che Putin, schierando i carri armati a pochi kilometri dall'oleodotto BTP (T sta per Tbilisi, la capitale della Georgia) - quello che, protetto da truppe formate da consiglieri militari americani, porta ad Occidente il petrolio azero bypassando la rete russa e, con essa, l'influenza di Mosca sull'Europa - ha la stessa "preda" degli americani: contare nel risiko energetico europeo. Di qui gli imbarazzati silenzi italiani ed europei di chi, illusosi di giocare su più tavoli, ora neppure riesce ad elaborare una sua propria idea di interesse nazionale.
La conseguenza: il vuoto di politica europea. Malamente coperto dagli usuali fumogeni linguistici di chi non conta: corridoi umanitari, tregue ed altri annunci a-politici. Difatti, mentre sono chiarissime le posizioni e gli obiettivi dei protagonisti "veri" (Usa, Georgia, Russia) quelle europee, invece, restano nel vago. A riprova il viaggio a Mosca e a Tbilisi del Presidente francese Sarkozy: pura "diplomazia di mediazione"; ovvero l'opposto di quello che sarebbe un'analoga missione del Segretario di Stato degli Usa, ovviamente tesa alla tutela di precisi interessi. Per dirla chiaramente: l'Europa maschera col pacifismo la propria debolezza politica. Anche dinnanzi al risiko energetico/militare in Caucaso che pure la riguarda direttamente.
Quanto agli Usa, la posta in gioco è evidente: avere una proiezione di potenza in Eurasia, possibilmente integrando le ex Repubbliche sovietiche come l'Ucraina e la Georgia nella Nato, capace di escludere definitivamente Mosca come competitore globale (energetico e militare). Il che significa evitare in futuro che l'Europa, nell'ipotesi che volesse avere il rango di Potenza mondiale, possa trovare in Mosca una sponda. Dal punto di vista statunitense, questo suo interporsi ad Est tra la Russia e l'Europa è quindi una sorta di "disciplina preventiva" delle sua possibili ambizioni. Assolutamente legittimo in termini di Realpolitik.
Ed altrettanto vale per la reazione di Putin che, tra l'altro, a Tbilisi la partita sembra essersela aggiudicata. Viceversa, lascia allibiti che in Europa, pur riguardandoci la cosa direttamente, simili argomenti si fuggano. Male. Anche perché lo stop ai carri ordinato dal Presidente russo Medvedev in nulla cambia lo scenario geopolitico al nostro Oriente. D'altronde, ben evidente al di la dei localismi che pure condizionano lo scacchiere del Caucaso. Ovvero il "giardino di casa geopolitico" della Russia; difatti è perfettamente equivalente, pure per reattività militare, al ruolo che ha il Centro America per gli Usa.
Che poi la guerra sia "solo" economica: i tagli delle forniture di gas russo all'Ucraina (con effetti pure in Italia); oppure si manifesti con vere e proprie operazioni militari, com'è l'attuale tra Tbilisi e l'Armata di Putin, l'equazione strategica resta la medesima. Nel senso che ciò che vogliono gli Usa, cioè la Nato nella regione, è per il Cremlino uno shock peggiore di quello subito dalla Casa Bianca quando Castro schierò Cuba (a poche miglia marittime dalla Florida) con Mosca. Ed è ovvio che la Russia reagisca, se vuole restare una superpotenza (a partire dall'energia) con una decente proiezione in Europa. Normale Grande gioco di potenze. Con l'assenza - mentre il Belpaese fa l'amicone di tutti - del Vecchio continente. C'era una volta l'Europa.
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