Lorito, riaperta l’istruttoria. Indagato Bo

Accolte varie istanze dei legali del poliziotto. Oltre al capo della Mobile, nei guai per falso l’ispettore Valerio. L’ipotesi depistaggi
Di Claudio Ernè
sterle trieste 19 12 07 tribunale gip caso lorito
sterle trieste 19 12 07 tribunale gip caso lorito

Processo Lorito, ipotesi depistaggi. La Corte d’appello presieduta da Igor Maria Rifiorati ha riaperto ieri l’istruttoria su uno dei più controversi casi giudiziari degli ultimi anni. I giudici hanno accolto la stragrande maggioranza delle istanze presentate dai difensori dell’ex responsabile delle Squadre mobili di Trieste e Gorizia, condannato in primo grado a due anni di carcere con la condizionale per corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio.

In aula all’avvio del processo il sostituto procuratore generale Carlo Maria Zampi ha annunciato di aver ricevuto dalla Procura della Repubblica di Trieste l’avviso di conclusione delle indagini che coinvolgono l’ispettore Alessandro Valerio e il capo della Squadra mobile, Mario Bo. Alessandro Valerio è l’investigatore che ha gestito in prima persona l’inchiesta al cui centro vi era il vicequestore Carlo Lorito. Mario Bo era ed è il responsabile di questo ufficio investigativo. Entrambi sono indagati per falso nell’inchiesta avviatasi tre anni fa e giunta ora alle ultime battute. Al centro delle indagini, gestite direttamente dal procuratore capo di Trieste Michele Dalla Costa, vi è una annotazione di servizio su cui compare la firma del vice commissario Giacomo Bresa, ucciso nel 2008 sul pianerottolo di casa da un attacco cardiaco. Secondo due perizie calligrafiche la firma apposta sul documento scritto al computer è apocrifa e con buona probabilità l’ha vergata proprio l’ispettore Alessandro Valerio.

«Non sono un falsario e nemmeno un creatore di piste fasulle» aveva dichiarato l’ispettore nel corso del processo di primo grado. «Non sono un falsario e posso provarlo». A supporto di questa tesi Mario Bo aveva inviato al procuratore capo Michele Dalla Costa una nota di suo pugno in cui sosteneva tra l’altro di aver fatto rientrare l’ispettore Bresa al lavoro per redigere quella nota. «L’ispettore Bresa l’ha firmata davanti a me», aveva sostenuto il capo della Mobile. Ma la perizia calligrafica smentisce questa affermazione e Bo e l’ispettore Valerio risultano indagati per falso. La firma è troppo diversa da quelle che l’ispettore Bresa per anni aveva apposto su decine e decine di rapporti.

Il problema è che quella “nota” di servizio, fin dal lontano 23 dicembre 2008 quando Carlo Lorito aveva denunciato la falsità della firma, rappresenta uno dei punti nodali, uno dei pilastri su cui è stata costruita l’indagine aperta dal pm Lucia Baldovin.

Il contenuto del documento con la firma fasulla dimostra l’esistenza di collegamenti “privati” tra la Questura di Trieste e quella di Gorizia. Giacomo Bresa era stato sospettato, assieme ad altri due o tre amici che lavorano in Questura a Trieste, di aver fatto filtrare verso Gorizia notizie che coinvolgevano alcuni “confidenti” di Carlo Lorito, alcuni dei quali spacciavano droga. Nulla di nulla è mai emerso su queste “soffiate”, ma chi ha gestito l’inchiesta Lorito ha sempre ritenuto che una “talpa” abbia agito negli uffici di via del Teatro Romano, vanificando almeno due agguati ad altrettanti spacciatori che si erano dati appuntamento a Ronchi e al Villaggio del pescatore. Se, come ha fatto clamorosamente emergere ieri in aula il sostituto procuratore generale, la firma sul documento è falsa, allora deve essere messo in dubbio anche il contenuto della “nota”.

In altri termini l’atto esibito ieri in aula dal sostituto procuratore generale Carlo Maria Zampi consente agli avvocati Riccardo Seibold e Giorgio Borean di sostenere che il documento-cardine con la firma fasulla sia stato creato ad arte per influenzare l’andamento dell’inchiesta e poi l’esito del del processo di primo grado. Un tempo, all’epoca delle inchiesta sulle stragi e sulle bombe che hanno insanguinato l’Italia, analoghe iniziative venivano definite ”depistaggi”.

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