Matteo, un “debutto in ricerca” da premio

Il riconoscimento Eni a Cargnello, scienziato oggi negli Usa: «L’ateneo triestino mi ha insegnato tanto»

Non gli piace l'etichetta di “cervello in fuga”. Tecnicamente non sarà così visto che certo non è scappato dall'università di Trieste, ma Matteo Cargnello, prima laureato in Scienze chimiche e farmaceutiche, poi ricercatore in Nanotecnologie e ora con un postdottorato dall'altra parte dell'oceano, il volo lo ha spiccato davvero. Da piazzale Europa a Filadelfia. E basta un numero per comprendere perché: tra il nostro ateneo e quello della Pennsylvania il numero di studenti è lo stesso (più o meno 20mila), ma il budget no, quello di Trieste è di circa 150 milioni di euro, lì siamo a 6 miliardi di dollari. In più, la campagna di raccolta fondi istituita dalla rettrice negli ultimi 4 anni ha fruttato altri 4 miliardi. Ecco: fondi e mezzi “diversi”, fondamentali per fare ricerca. «Ma quello che mi ha insegnato Trieste, la Scuola di dottorato in Nanotecnologie, il gruppo guidato da Paolo Fornasiero, è come sviluppare idee con meno strumenti forse, ma più creatività». Idee parecchio valide visto che domani riceverà a Roma, dalle mani del Presidente Napolitano, il premio Eni “Debutto in ricerca 2013”: la commissione scientifica di Eni Award, composta da 25 membri tra cui il Premio Nobel Harold Kroto, rettori di università, ricercatori e scienziati espressione dei più importanti centri di studio e ricerca a livello mondiale, ha assegnato questo prestigioso riconoscimento attribuito a due ricercatori sotto i 30 anni per il loro lavoro di tesi di dottorato di ricerca condotto in università italiane. E uno di loro è Matteo.

“Nanostrutture quali materiali attivi e stabili per catalisi ambientale ed energia”, l'oggetto della ricerca. Tradotto: Matteo ha compreso che le nanoparticelle di metalli e ossidi, se combinate tra loro, danno luogo a importanti trasformazioni chimiche. Per esempio: materiali contenenti carbonio, particelle di platino e ossido di titanio sono capaci di produrre idrogeno pulito usando acqua, luce ed etanolo. Questo significa, un giorno, arrivare a produrre vettori energetici rinnovabili – come l'idrogeno – in modo sostenibile. Tutto grazie a un processo catalitico. Quello messo a punto da Matteo le cui ricerche, peraltro, sono state pubblicate su riviste scientifiche del calibro di Science e Journal of the American Chemical Society. «Fortunatamente Trieste, con Sincrotrone, Sissa, Ictp e università, è un punto particolare in Italia, qui la scienza viene fatta ad alti livelli. E fortunatamente - aggiunge Matteo - ho lavorato in un gruppo che non mi ha fatto mancare mai nulla. Tutto questo unito al grande respiro della Scuola di dottorato in Nanotecnologie (diretta da Maurizio Fermeglia, il neorettore dell'ateneo, ndr)».

E ora? Dove può portare la ricerca di Matteo? «Non ho voluto sviluppare materiali specifici bensì un'idea. Che può essere applicata in vari ambiti: materiali ottici o biomedici, ad esempio». Magari negli Usa... «Diciamo che qui negli States posso avere il mio gruppo di ricerca indipendente a 28 anni, cosa pressoché impossibile in Italia. Mi auguro che il nostro Paese adotti politiche per valorizzare i ricercatori che contribuiscono alla competitività industriale». Infatti, Matteo ha ragione. Però anche in questa parte dell'Adriatico possiamo vantarci di qualcosa: è la seconda volta che la Scuola di dottorato in nanotecnologie di Trieste viene premiata dall'Eni, è successo nel 2009 con l'assegnazione a Loredana de Rogatis. Orgoglio giuliano. (d.t.)

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