Migranti e degrado? Emergenza fittizia: a Trieste la soluzione c’è, basta volerla

Liberare piazza Libertà e nient’altro non basta. Bisogna affrontare, gestire, farsi carico. Altrimenti è solo sospingere il problema da un’altra parte, sperando che lo si noti meno. Non è che dando un letto e un bagno a cento persone se ne attirano di più:viceversa, si crea un riparo dignitoso a persone in fuga (dalla guerra o dalla miseria) e si aiutano le forze dell’ordine a gestire un controllo efficace

Roberto Morelli

Uscire dalla logica emergenziale che attanaglia Trieste da anni, e nella quale si annidano – ben distribuite su tutti i fronti – rendite politiche, sociali ed economiche. Restituire serenità alla città. Affrontare con serietà il problema dei migranti in transito per trasformarlo in un “normale” problema di un capoluogo di confine ch’è primo ingresso di una rotta internazionale di persone in fuga.

Dovrebbero esservi questi obiettivi comuni nel dibattito seguito allo “sgombero” di piazza Libertà, più precisamente la disciplina di attività, giornate e orari che le autorità di pubblica sicurezza hanno adottato per la presenza del volontariato e quindi dei migranti stessi. Un dibattito che, se fosse liberato dalle sue virulente connotazioni ideologiche, consentirebbe di fissare dei punti fermi ampiamente condivisi.

Il vescovo Trevisi interviene su piazza Libertà: «Quello che sta avvenendo ci rattrista molto»
Il vescovo di Trieste Enrico Trevisi (foto Bruni)

La piazza, anzitutto. Che la situazione fosse invivibile da troppo tempo pare talmente evidente che suona incredibile sentirlo negare. Che taluni trovassero multiculturale o persino “allegro” uno stazionamento quotidiano di disperati (meritevoli di dignità) e di chi cercava di aiutarli (meritevole di rispetto) è fuori dalla realtà. Piazza Libertà faceva paura. Era diventata un coacervo di dolore e criminalità frutto anch’essa di disperazione, i cittadini e specialmente le donne ne giravano al largo, minacce e incidenti si moltiplicavano.

L’assistenza, in sé encomiabile per la sua umanità e i sacrifici di chi la presta – parliamo in particolare dei volontari, poiché per le associazioni accreditate è una lecita attività d’impresa con costi e ricavi – comportava giocoforza uno scenario da campo di emergenza permanente, per l’impossibilità di una gestione decorosa da parte delle istituzioni. Bene hanno fatto prefetto e questore a disporre una regolamentazione e prevenire una pericolosa deriva vista in alcune metropoli e in Paesi come Francia e Belgio. Un’emergenza alla volta, un giorno dietro l’altro, piazza Libertà sarebbe presto diventata una zona extraterritoriale sottratta a ogni forma di frequentazione e controllo: un pezzo di città off limits di fronte alla stazione ferroviaria, davanti alla quale persino gli agenti avrebbero girato al largo.

Migranti a Trieste: dai magazzini occupati al ritorno in piazza Libertà con le associazioni
Volontarie delle associazioni impegnate in piazza Libertà Foto Silvano

Dopodiché, sgomberare e nient’altro (il verbo è molto inesatto, ma ci intendiamo) non basta. Non basta mai. Bisogna affrontare, gestire, farsi carico. Altrimenti è solo sospingere il problema da un’altra parte, sperando che lo si noti meno. Chiuso il Silos, i migranti si sono spostati in piazza Libertà e sotto il porticato di largo Santos. Limitata la piazza e riaperto il porticato, si sposteranno altrove: oggi nei magazzini ancora abbandonati in porto vecchio, domani – man mano che i lavori avanzeranno – chissà dove. Non è una soluzione: è la rimozione del problema, che regolarmente rispunterà. Pur con flussi variabili lungo la rotta balcanica (dallo scorso anno di molto ridottasi, dopo i picchi del 2015 e del 2022), siamo e resteremo una città di transito in cui i migranti arrivano e ripartono o, se si sono palesati, attendono risposta alla loro richiesta di protezione. Ci saranno sempre, anche se li vedremo meno in quella piazza.

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La fila alla mensa della Caritas (foto Massimo Silvano)

Di qui l’opportunità di affiancare, ai circa 120 posti letto e due refettori esistenti a Trieste, un nuovo centro di prima accoglienza a rotazione: quel che si pensava di fare nell’ex mercato della stazione, poi accantonato per timori che non hanno ragion d’essere. Non è che dando un letto e un bagno a cento persone se ne attirano di più: i flussi internazionali seguono tutt’altre logiche e ignorano le nostre beghe locali. Viceversa, si crea un riparo dignitoso a persone in fuga (dalla guerra o dalla miseria) e si aiutano le forze dell’ordine a gestire un controllo efficace, limitando la presenza di chi arriva senza identificarsi.

Eppure la logica non alberga. Liberare piazza Libertà è “di destra”, creare un centro di accoglienza è “di sinistra”. Così si prosegue in emergenza, affinché ciascuno possa urlare il suo.

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