Nella città della ricerca scatta l’allarme sui tagli

Enti scientifici in attesa: «Ma così sarà difficile restare competitivi» Borgani (Inaf): già oggi per gli studi liberi budget di soli 15mila euro all’anno
Di Piero Rauber

Non solo il posto fisso, tipico del pubblico impiego. Ma anche la ricerca scientifica. Che in quanto ricerca - senza cioè la piena garanzia di un risultato, per definizione - programma la propria esistenza, le proprie possibilità di crescita su un pacchetto, in un certo senso preconfezionato, di denari sicuri. Denari in buona parte pubblici, per definizione. Pure quelli.

La spending review - già fattasi decreto del Governo, ma non ancora legge dello Stato - spara insomma un po’ nel mucchio, ma rischia di colpire duro, più che altrove, proprio a Trieste. Quella che si professa, orgogliosa, città della scienza. E che vive appunto - oltre che di posto fisso - di pane e ricerca. Una ricerca che, con le cure contro l’eurocrisi, verrebbe ad esempio ridimensionata, fra le altre, in strutture “tipicamente giuliane” come Area Science Park (-9,3% e -24,7% di fondi ministeriali rispettivamente nel 2012 e dal 2013 secondo le tabelle del decreto) e Ogs (-3,9% e -12,4%), ma anche in realtà di stampo nazionale con importanti filiali in loco, come l’Osservatorio astronomico dell’Inaf (l’Istituto nazionale di astrofisica perde in generale lo 0,5% nel 2012 e l’1,3% dal 2013) e la sezione triestina dell’Infn (l’Istituto nazionale di fisica nucleare, quello del bosone di Higgs, è il più martoriato su scala peninsulare con un -3,8% nel 2012 e un -10,1% dal 2013). «Se si taglia a livello nazionale, si taglia anche da noi», sospira Silvia Dalla Torre, direttrice della stessa sezione dell’Infn di Trieste.

Dalle plance di comando di questo “Sistema Trieste”, dunque, si leva già alto un urlo che, al momento, più che di dolore acquisito, è di paura. Paura, mista ad incertezza, per quei tagli ai fondi per la ricerca contenuti in una manovra che però tutti, ancora, danno - o meglio sperano di poter dare - per provvisoria. Come se ci fossero i margini per un’ultima review della spending. «È troppo presto per fare cifre, certo è che con fondi che si annunciano ridotti risulta difficile restare massimamente competitivi in un quadro mondiale», mette le mani avanti Andrea Vacchi, predecessore della Dalla Torre all’Infn e attuale presidente della Fit, la Fondazione internazionale Trieste per il Progresso e la libertà delle scienze.

Nessuno, quindi, osa da queste parti dare ancora i numeri. Per due ragioni. La prima è che giovedì a Roma, attorno al tavolo del ministro Profumo, si siederanno i responsabili dei dodici enti vigilati dal Miur in odor di tagli. Tra questi proprio Adriano De Maio, il numero uno di Area, e Maria Cristina Pedicchio, presidente Ogs. «Saremo dal ministro - precisa la Pedicchio - per parlare ufficialmente del finanziamento dei cosiddetti progetti premiali, ma è chiaro che si parlerà anche del futuro. L’auspicio è che le decisioni finali possano essere prese d’intesa con gli enti, e non sulla loro testa».

La seconda ragione è persino più vincolante della prima: Osservatorio astronomico e Infn di Trieste, infatti, non possono neppure sapere cosa verrà loro tolto, perché ciò non sarà deciso qui bensì dalle direzioni nazionali dei rispettivi istituti. «Rispetto ad altre realtà - riferisce il direttore dell’Osservatorio astronomico Stefano Borgani - pare che all’Inaf possa andare meglio. Questo non può però farci cantar vittoria, ciò di cui avremmo bisogno, come tutti, è un rilancio piuttosto che una lenta decurtazione di risorse che, per noi, valgono come l’ossigeno. Anche a Trieste, ad esempio, come altrove, viviamo sempre sul filo del rasoio, basti pensare che, per la cosiddetta ricerca libera, io ho da parte 15mila euro l’anno». Il budget annuale dell’Osservatorio di casa nostra per infrastrutture, ricerca e costi di regia di provenienza ministeriale si aggira attorno ai 360mila euro. Quello dell’Infn di Trieste sui tre milioni ma l’Infn tutto risulta come detto massacrato «nonostante la comprovata eccellenza scientifica, in questi giorni confermata dalla scoperta del bosone di Higgs», si rammarica la Dalla Torre. Colpa, si dice, del fatto che l’Infn, storicamente, ha una percentuale di risorse dedicate alla ricerca più alta di altri enti, in rapporto alle spese fisse per il personale. Quelle, infatti, la spending review non le tocca, per ora. Chissà allora se, anche a Trieste, è destinato a realizzarsi lo scenario preconizzato domenica su Repubblica da Fernando Ferroni, il presidente nazionale dell’Infn: «I precari sanno già da tempo che il loro futuro è all’estero. I ricercatori a tempo indeterminato non verranno toccati, ma senza esperimenti non so a cosa si dedicheranno».

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