Olmi: "Ricorderò la gioia di Kezich"
"Che affabulatore, metteva allegria in tutto quello che faceva"

Tullio Kezich
TRIESTE
«Tullio Kezich è stato soprattutto un uomo di gioia. Sembrerà azzardato, ma sono convinto che anche negli ultimi istanti della sua vita non abbia rinunciato a quella gioia».
Ermanno Olmi
, dalla sua casa di Asiago, ricorda così il critico triestino scomparso lunedì, amico di cinquant’anni di vita e di cinema. Fu Olmi a farlo comparire fugacemente anche come attore ne “Il posto”, del 1961, film in cui Kezich interpretava l’“esaminatore psicotecnico”: solo pochi minuti sullo schermo, che gli valsero, però, la candidatura ai Nastri D’Argento come miglior attore non protagonista.
«Tutti sanno, soprattutto a Trieste, che Tullio ha esordito come attore in compagnie semiprofessionali a Radio Trieste (in particolare, nelle due compagnie dirette da Ugo Amodeo e Giulio Rolli, ndr.). Poi si è reso conto che i suoi interessi erano altri dalla recitazione, ma gli è rimasta una spontanea vocazione per la rappresentazione. Tullio è sempre stato un grande affabulatore. Questi, però, sono i suoi aspetti più periferici: è come se guardando una fotografia facessimo caso agli orecchini o alla forma dei baffi. La sua caratteristica principale, invece, è stata di mettere la gioia in tutto quello che faceva».
Per Tullio Kezich non ci sarà funerale e le spoglie verranno cremate, come da lui espressamente chiesto, ma alla Casa del Cinema di Roma si sta già pensando ad un omaggio, forse per il prossimo 18 settembre. La vitalità e la passione intellettuale di Kezich, vivissime fino all’ultimo, gli hanno permesso di lasciare alle stampe poche settimane fa un corposo e inedito lavoro letterario: il libro
“L’arcipelago Cecchi D’Amico”
, scritto insieme alla moglie Alessandra Levantesi, pubblicato prossimamente per Garzanti. Il volume ricostruisce l’intreccio virtuoso delle famiglie di Emilio Cecchi, critico letterario, e di Silvio D’Amico, fondatore dell’Accademia Nazionale di Arte Drammatica, unite dal matrimonio dei figli, il musicologo Fedele D'Amico e la grande sceneggiatrice Suso Cecchi.
Una genealogia d’intellettuali e artisti che ha affascinato Kezich tanto da coinvolgerlo in un lavoro lungo otto anni, fra ricerche minuziose e conversazioni confidenziali, in particolare proprio con Suso Cecchi D’amico. Il lavoro inteso come curiosità e continua sete di conoscenza, insomma, non ha mai smesso di caratterizzare la vita di Kezich: «Ho più offerte e progetti di quanta vita avrò: dovrei essere un cinquantenne per riuscire a fare tutto», aveva detto lui stesso in una delle ultime interviste al ”Piccolo”.
La Mostra del Cinema di Venezia, alla quale Kezich è stato accreditato ininterrottamente per 62 anni a partire dal 1946, gli renderà omaggio intitolandogli il nuovo concorso per giovani saggisti di cinema, lanciato online quest’anno per premiare un saggio su uno dei film del festival. «Sarà la mia prima volta a Venezia senza il conforto del pensiero critico di Tullio», ha commentato
Citto Maselli
, che lo stesso Kezich annoverava fra gli amici della sua “tribù” a frequentazione quasi settimanale, insieme a Scola e Monicelli. «La sua perdita è una vera tragedia per chi ama la riflessione e il dibattito sul cinema. Mi mancheranno poi l'amico, il compagno di duetti d'opera, un divertimento privato tanto spesso consumato a casa di Gillo Pontecorvo, e la sua ironia contagiosa, scevra da ogni pregiudizio». Anche
Paolo Taviani
, insieme al fratello Vittorio, ricorda la presenza di Kezich al Festival veneziano come un punto di riferimento: «Ci conoscemmo su un battello di rientro dal Lido di Venezia dopo la Mostra nel '62. Noi avevamo presentato “Un uomo da bruciare” e Kezich ci chiese del nostro protagonista, Gian Maria Volontè, che poi scelse per il film “Il terrorista”, prodotto per Gianfranco De Bosio. Più tardi fu Tullio a “imporci” in tv, convincendo la Rai a produrre “San Michele aveva un gallo”. Abbiamo vissuto insieme una lunga e bella stagione del cinema italiano. All'uscita dal cinema, a Venezia e altrove, la prima domanda era “Ma Tullio che ne dirà?”. Da oggi questa domanda rimane senza risposta e potremo solo dirci: “Ma Tullio, che ne direbbe?”».
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