Quei ”raccontini” che aprivano grandi visioni sulla vita

Dal ”Campeggio di Duttogliano” agli aneddoti personali una leggerezza senza indulgenza
Tullio Kezich
Tullio Kezich
Sarebbe difficile parlare di Kezich narratore o dello scrittore, senza considerare - accanto e oltre ai libri di narrativa in senso stretto - anche l'opera del giornalista, del critico e del saggista. E bisognerebbe forse, anche e anzitutto, ricordarlo (in questo momento così doloroso lo faccio per averlo davanti vivo e vitale come mi era sempre apparso) come uno straordinario narratore orale. Soprattutto quando raccontava aneddoti della propria vita, della propria giovinezza, parlando di amici e persone conosciute. Con grande cordialità, senso dell'umorismo, lontano da ogni pettegolezzo, con ironia sempre benevola, centrando, oltre alle figure, anche il problema rappresentato dai suoi "raccontini". In senso sabiano, dato che quei "raccontini" erano sempre un modo di mettere a fuoco giudizi più generali. Dietro ai quali c'era un visione della vita e della storia sì aperta e cordiale ma senza indulgenza al colore e sempre rappresentata con un marcato ed esplicito rigore di giudizio.


Niente evasioni né compiacenze (ciò che si notava anche nelle note critiche più brevi, mai di routine). Anzi, con un taglio spesso narrativo e con notazioni autoironiche che dovevano sdrammatizzare e mettere a proprio agio il proprio pubblico e se stesso. Come quando il 7 giugno 2001, dovendo ricevere la laurea honoris causa in Lettere all'Università di Trieste, e prima di pronunciare la lectio doctoralis dedicata all'impegnativo tema Sulla triestinità (certo, uno dei saggi più acuti e penetranti sulla cultura triestina del Novecento), Kezich aveva esordito raccontando l'aneddoto riguardante un suo compagno di scuola che non voleva credere che l'Università gli conferisse una laurea ad honorem («E lui sinceramente stupito: 'A ti?'»).


I suoi libri di narrativa in senso più stretto (Il campeggio di Duttogliano, 1959; L'uomo di sfiducia,1962; Una notte terribile e confusa, 2006) appartengono a stagioni diverse della sua vita ma sono - in realtà - prove strettamente collegate da linee comuni. Libri di uno scrittore teso a capirsi e a penetrare nel mondo della propria formazione; di uno scrittore che poi, spesso, si muoveva in modo leggero, procedendo a una traduzione di vicende personali, autobiografiche, in un racconto più libero e "creativo". Si legga, per esempio, quanto scriveva a proposito del suo secondo libro di narrativa : «Per me scrivere ”L'uomo di sfiducia” significò proseguire il diario de ”La dolce vita” senza più l'obbligo di riferire gli eventi con esattezza, anzi con l'impegno di mescolare le carte ovvero di cambiare il più possibile dati e connotati». Ma questo non significava, naturalmente, che quei libri - che parlavano di fatti reali "romanzati" - non dovessero essere considerare "anche" come documenti, come referti: referti "fantasticati", li chiamava Kezich, citando un passo di Pancrazi nel quale si sottolinea che "molti romanzi del nostro tempo vogliono essere letti, e infatti li leggiamo, con una curiosità e uno stimolo piuttosto documentari e sperimentali che estetici; così come un tempo si leggevano, non già i romanzi, ma le confessioni, le autobiografie, gli epistolari privati, i memoriali intimi magari i referti clinici».


In questo senso, Kezich ha saputo raccontare un'infanzia vissuta negli anni del fascismo, il brusco impatto con una realtà difficile e la contraddizione tra il gioco e il senso dell'avventura e le tragedie della storia (Il campeggio di Duttogliano); le contraddizioni - presenti nel milieu del cinema - tra regole del mercato e sensibilità individuale, passione professionale e compromessi imposti dalla quotidianità (L'uomo di sfiducia); il rapporto tra storie individuali e rapporti interpersonali di un gruppo di giovani sullo sfondo di una Trieste del 1947, anno difficile e cruciale per la città, per l'Italia e per il contesto internazionale di riferimento.
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