Sequestri in porto, bloccati i dragaggi

Troppi quei 110 mila metri cubi di fango da dragare per essere considerati una «manutenzione» dei fondali del porto, necessaria per eliminare quei cumuli in fondo al mare che ostacolavano l’ingresso delle navi in banchina con più pescaggio. Troppi anche per essere ricollocati in mare, sempre in un’area vicina che non ostacola la navigazione, si tratta di sedimenti che la legge considera rifiuti «dovevano essere collocati in un ambiente conterminato», un contenitore stagno come la cassa di colmata che si trova di fronte. Ma con costi di smaltimento ben più alti. A poco più di una settimana dal sequestro della prima draga, sorpresa a scavare in una zona off-limits, non autorizzata perchè non ancora considerata sicura dopo la bonifica bellica per il sospetto di altri ordigni, ieri una nuova bufera si è abbattuta su Portorosega. I carabinieri del Noe di Udine, nell’ambito di una serie di controlli e indagini ambientali coordinati dalla Procura della Repubblica di Gorizia oltre che del Comando Gruppo per la Tutela ambientale di Milano, hanno disposto il sequestro preventivo delle restanti tre motonavi della ditta che ha vinto l’appalto delle manutenzioni bandito dall’Azienda speciale porto di Monfalcone, la Polese di Sacile. Si tratta di tre unità navali speciali, dei motopontoni allestiti con gru del valore di circa 4,5 milioni di euro. Il decreto emesso dal Gip del Tribunale di Gorizia ha messo sotto sequestro anche l’intera area dei fondali interessata dai dragaggi nel canale del porto, circa 300 mila metri quadri. Fortunatamente però non è stato bloccato il porto, è stato «preservato» l’utilizzo dello specchio acqueo per i normali traffici marittimi che proseguono regolarmente. Oltre al sequestro delle tre motonavi sono state denunciate all’autorità giudiziaria quattro persone, due responsabili della ditta Polese che ha vinto l’appalto e stava eseguendo i lavori di manutenzione dei fondali, il direttore dell’Azienda speciale Porto di Monfalcone, Sergio Signore in qualità di Rup (responsabile unico del procedimento) e un dirigente della Regione del servizio Ambiente, raggiunti da un avviso di garanzia. Pesanti e dettagliate le accuse del Noe: è stato «accertato» che gli accusati «in concorso tra loro e ognuno per il ruolo rivestito, svolgevano un’attività di dragaggio fanghi per una volumetria di circa 110 mila metri cubi senza la prescritta autorizzazione mascherandola come manutenzione dei fondali, attività questa che non necessita di autorizzazione». Ma c’è un’altra parte molto rilevante secondo i Noe: «Ulteriormente da evidenze analitiche eseguite - spiegano in una nota - questi sedimenti (il fango) non potevano essere refluiti nuovamente in mare come invece accaduto, ma dovevano essere collocati in un ambiente conterminato come la cassa di colmata».
Una nuova tempesta per il porto di Monfalcone, già in difficoltà, che non ci voleva. E dire che nell’ultimo anno lo scalo aveva ricominciato a risollevare la testa con i traffici, con i lavori infrastrutturali tra i quali la manutenzione dei fondali, che avrebbe dovuto portare il livello medio a 11 metri e 70 per permettere l’arrivo di navi più grandi in banchina. Un lavoro propedeutico al più grosso escavo la cui partenza è prevista tra diversi mesi e che dovrebbe portare il fondale a meno 12,50. Cosa sta accadendo realmente nello scalo? Come è possibile che sia stato bloccato un lavoro avviato apparentemente senza scossoni con tanto di annuncio stampa e ordinanza della Capitaneria di Porto? E come mai la prima motonave del dragaggio è stata fermata e sequestrata oltre una settimana fa dopo la conclusione di una pulizia dei rottami di ferro e una bonifica bellica seguita dall’esercito e terminata con tanto di collaudo? Forse anche questa presenta problemi e non è stata conclusa a regola d’arte? E se mancava un’autorizzazione come è stato possibile partire e fare anche la gara d’appalto?
Domande alle quali darà risposta l’inchiesta e dell’eventuale processo. L’Azienda speciale porto nel frattempo, attraverso il suo difensore, l’avvocato Francesco Donolato di Gorizia ribadisce la «fiducia nell'operato della magistratura e di avere agito nel pieno rispetto della normativa di settore e dei provvedimenti emessi dall'Autorità amministrativa». Ma anche che «l'intero iter dei lavori è stato oggetto di informazione anche all'autorità inquirente, nulla è stato “mascherato”. Il prosieguo consentirà di appurare la correttezza dell'operato dell'azienda e di chi per essa ha agito».
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