Suicidio assistito, Cappato e gli attivisti si autodenunciano a Trieste dopo la morte di Lucia
Le motivazioni: "È la seconda volta che la Regione Fvg nega l'aiuto medico a morire senza soffrire a una persona che aveva pienamente diritto, questo per noi è violenza di Stato. Ci siamo autodenunciati perché chiediamo alla procura di Trieste di accertare le responsabilità"

"È la seconda volta che la Regione Fvg nega l'aiuto medico a morire senza soffrire a una persona che aveva pienamente diritto, questo per noi è violenza di Stato. Ci siamo autodenunciati perché chiediamo alla procura di Trieste di accertare le responsabilità".
Lo ha detto oggi Marco Cappato, dell'associazione Luca Coscioni, uscendo dalla questura di Trieste dove si è autodenunciato insieme con le altre persone che hanno aiutato Lucia, 80enne triestina, affetta da una rara patologia neurodegenerativa, a morire il 3 giugno in Svizzera, dove si è recata per avere accesso al "suicidio medicalmente assistito".
La donna, ha ricordato l'associazione Coscioni, lo scorso agosto aveva chiesto ad Asugi di verificare la propria condizione. Dopo un primo diniego, una seconda rivalutazione non aveva ricevuto risposta.
Ad autodenunciarsi assieme a cappato sono stati i volontari del Soccorso civile Antonella Lauvergnac e Matteo D’Angelo; lo stesso attivista che una mattina dell’estate scorsa aveva accompagnato a morire all’estero un’altra donna triestina, Martina Oppelli, anche lei come Lucia affetta da una patologia senza cure ma scontratasi dinanzi ai ripetuti dinieghi del sistema sanitario regionale.
Lucia.
Era triestina, aveva ottant’anni e da tempo era affetta da una degenerazione cortico-basale: una rara malattia neurodegenerativa, progressiva e incurabile, che determina un precoce decadimento di alcune aree dell’encefalo. Una condizione che le provocava gravi limitazioni motorie, dolori diffusi, spasmi, ma che soprattutto le impediva di svolgere qualsiasi tipo di attività senza l’assistenza continuativa dei suoi caregiver. Assumeva una corposa terapia farmacologica, la cui sospensione o interruzione le avrebbe causato sofferenze intollerabili.
Dopo anni di patimenti e visto il progressivo peggioramento delle sue condizioni, Lucia aveva deciso di avviare contestualmente il percorso per accedere al suicidio assistito sia in Italia che in Svizzera. Era consapevole che un viaggio fino a una clinica elvetica, per lei in quelle condizioni, sarebbe stato lungo e doloroso; ma conosceva le difficoltà attraversate da chi prima di lei aveva tentato di accedere in Italia a un diritto sinora privo di cornice normativa. Nel suo caso, dieci mesi non sono bastati.
Nell’agosto 2025 la donna aveva chiesto la verifica delle sue condizioni per accedere legalmente alla procedura resa legale dalla sentenza “Cappato-Antoniani” 242 del 2019 della Corte costituzionale, che fissa i criteri per ricorrere alla morte volontaria assistita per quei malati irreversibili, che come lei patiscono sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, e che risultano in grado di intendere e autodeterminarsi.
Ma in assenza di una legge in materia – con il ddl sul fine vita proposto dal Pd appena bocciato in Senato, e la proposta di legge popolare già affossata dal Consiglio regionale nonostante le 8.266 firme raccolte tre anni fa – mancano ancora procedure e tempi certi cui le Asl devono attenersi in tema, costringendo spesso le persone malate a lunghe attese o ripetuti dinieghi.
Così è accaduto a Lucia che, dopo una celere attivazione dell’Asugi con le visite della commissione medica, lo scorso novembre si era vista negare l’accesso alla procedura: secondo l’Azienda sanitaria la donna non sarebbe stata dipendente da trattamenti di sostegno vitali. Una valutazione contestata dai legali della Coscioni, che ricordano come le successiva sentenze della Consulta (le 135 del 2024 e la 66 del 2025) abbiano chiarito come «anche la totale dipendenza dall’assistenza continuativa da parte dei caregiver per l’espletamento delle attività quotidiane» rientri nei “trattamenti di sostegno vitali”, dal momento che «in sua assenza, la persona non potrebbe sopravvivere, così come la terapia farmacologica somministrata per la stipsi».
Lucia non si era arresa. Al primo no, con l’aiuto della famiglia la donna si era rivolta alla Coscioni, e – assistita dal team legale coordinato dall’avvocata Gallo – lo scorso marzo aveva inviato all’Asugi una prima diffida chiedendo l’immediata rivalutazione delle sue condizioni. Ma da quelle nuove visite domiciliari, seppur tempestive, erano ormai trascorsi altri mesi. Mesi senza relazione medica, senza parere dal comitato etico. La sofferenza era ormai insostenibile.
Nell’assenza di risposte dalle istituzioni, e non volendo attendere oltre in un calvario dettato dal peggioramento delle sue condizioni, Lucia ha infine scelto di recarsi in Svizzera accompagnata dai volontari del Soccorso civile. Di affrontare quel viaggio lungo e doloroso che avrebbe voluto evitare, lontana da casa sua. «Oltre alla sofferenza inflitta dalla malattia, Lucia ha dovuto subire una violenza inflitta dallo Stato italiano: chiediamo che sia fatta giustizia», dichiarano Cappato e Gallo.
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