Suicidio assistito, la lettera del figlio di Lucia: «Mamma è morta tra le mie braccia, adesso è libera»

Lucia, 80 anni, è andata in Svizzera per la procedura di suicidio medicalmente assistito: «Avrebbe voluto morire a casa sua, senza questo viaggio doloroso»

Valeria Pace
La signora Lucia con i volontari Matteo D’Angelo e Antonella Lauvergnac nel suo ultimo viaggio
La signora Lucia con i volontari Matteo D’Angelo e Antonella Lauvergnac nel suo ultimo viaggio

Lucia Gregori era stata un’infermiera in pneumologia, il dolore l’aveva conosciuto da vicino e alleviato. Amava la musica, in particolare quella di Eros Ramazzotti e stava ascoltando Più bella cosa non c’è e Terra promessa poco prima di raggiungere il confine con la Svizzera, dove si è recata per mettere fine alle sue sofferenze in una clinica. È morta tra le braccia del figlio Paolo, ma ha potuto salutare il marito, l’uomo con cui ha condiviso la vita per 60 anni, solo con una videochiamata: anche lui non sta bene e non riusciva a mettersi a sua volta in viaggio.

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I volontari che hanno accompagnato Lucia a morire in Svizzera assieme a Marco Cappato e Filomena Gallo fuori dalla questura di Trieste (Lasorte)

Lucia, triestina di 80 anni affetta da una rara patologia neurodegenerativa che le causava sofferenze intollerabili, se n’è andata così per «liberarsi dai dolori e dalla sofferenza continua che la accompagnavano da più di un anno». Come racconta il figlio in una lettera, Lucia avrebbe voluto morire a casa sua, senza dover affrontare un viaggio lungo e doloroso, ma l’Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina, le ha detto che non aveva i requisiti per accedere al suicidio medicalmente assistito. Per la commissione medica che l’ha visitata non era sottoposta a trattamenti di sostegno vitale, una delle quattro condizioni necessarie per accedere al fine vita in Italia.

Ieri, in una conferenza stampa al caffè San Marco, il testo della lettera è stato letto da Matteo D’Angelo, volontario veneto di Soccorso civile che, assieme alla triestina Antonella Lauvergnac, ha accompagnato Lucia da Trieste fino in Svizzera.

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Cappato dell'associazione Luca Coscioni durante una manifestazione per il Fine vita

Sono intervenuti assieme a loro Marco Cappato e Filomena Gallo, tesoriere e segretaria dell’associazione Luca Coscioni. Cappato, Lauvergnac e D’Angelo, si erano recati in Questura a Trieste per autodenunciarsi. Per loro il viaggio nella clinica svizzera infatti è stato sia un atto di umana pietà, sia di disobbedienza civile per sollecitare una norma.

Il messaggio

Il figlio Paolo non è riuscito a essere presente alla conferenza stampa al San Marco: è tornato nella notte «dopo 12 ore di guida» e ora deve stare vicino al padre e confortarlo. Non ha rinunciato però a far sentire la sua voce con un messaggio che spera diventi un «testimonianza che possa far riflettere e cambiare i punti di vista attuali e aiutare chi soffre nel più scuro silenzio». E ha ringraziato «di cuore tutte le persone che hanno supportato e aiutato mia mamma a liberarsi dei dolori e della sofferenza continua che l’ha accompagnata per più di un anno».

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Affrontare la fine della vita di un caro non è semplice, nemmeno per chi, come Paolo, ha capito e condiviso la scelta della madre. «Non nascondo - ha scritto - che fino all’ultimo ho sperato egoisticamente che tornasse con noi in Italia, insieme ai sanitari di supporto. Più volte, scherzosamente, le abbiamo chiesto di abbandonare questa scelta, ma la sua risolutezza, credo dettata da un’infinita sofferenza, l’ha portata a morire nelle mie braccia, dopo una difficilissima ultima videochiamata con mio padre».

Ed è stato particolarmente difficile affrontare il trapasso «distanti dalla sicurezza di casa sua e da mio padre, suo marito, che non poteva partecipare all’ultimo viaggio per età e salute», ha aggiunto.

Il viaggio

Lucia è partita da Trieste verso le 5.30 del mattino e ha raggiunto la Svizzera cinque ore dopo. Ha viaggiato insieme a D’Angelo e a Lauvergnac, lui alla guida, lei dietro a tentare di offrirle un conforto, come poteva. Ha incontrato il figlio solo una volta passato il confine. Paolo li aspettava con due sanitari al seguito, per garantirle le cure nei tre giorni «necessari e obbligatori per procedere con il fine vita autonomo», chiarisce lo stesso figlio nel suo messaggio. D’Angelo ha noleggiato il Suv in Veneto, partendo di casa alle 3 del mattino, ripercorrendo un viaggio che aveva già fatto poco meno di un anno prima, per accompagnare a morire Martina Oppelli, la triestina resa tetraplegica dalla sclerosi multipla e spirata a 50 anni, dopo lunghe battaglie legali per ottenere il diritto di morire a casa sua «con il sorriso». Alla fine Martina è mancata in una clinica Svizzera, con vicino un mazzo di rose rosa, dello stesso colore delle sue scarpette da danza classica, non senza lasciare un videomessaggio alla politica e alla cittadinanza, denunciando per tortura Asugi, che anche a lei ha ripetutamente negato il fine vita.

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I volontari

La testimonianza di Martina all’epoca aveva «squarciato il cuore» a Lauvergnac, già attivista della Coscioni. «L’ho conosciuta, sono andata a trovarla a casa sua. Non ho potuto accompagnarla in Svizzera, perché non ero ancora iscritta a Soccorso civile. Quando Cappato mi ha chiamata per dirmi che c’era un’altra donna triestina che aveva bisogno di accompagnamento ho subito dato la mia disponibilità. Ho voluto incontrarla prima del viaggio, per capire come essere di conforto». Lauvergnac quindi le ha portato biscotti e dolci per il viaggio, le ha applicato più volte il labello perché sapeva che aveva «le labbra secche ma non era in grado di applicarselo da sola», le ha massaggiato il braccio dolorante e le ha chiesto che musica le piacesse. Da credente le ha anche offerto un rosario benedetto a Barbana, che Lucia ha accettato e tenuto al collo.

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