Sul Carso, a Padriciano le memorie e i cimeli della guerra e dell’esodo

Un salto nel 2023 con la scrittrice Federica Manzon per immaginare come cambieranno le aree urbane che adesso sono abbandonate 

Il Carso risplende in quel modo ventoso e solitario che prende in certe giornate d’inverno, dopo la bora forte, quando il cielo diventa azzurro chiaro e c’è un silenzio da confine mobile, da straniero alle porte, e un uccello che fa schioccare un ramo spaventa.

«Pensite ti» dice il mio amico mentre saliamo sul mio motorino elettrico lungo la strada di Basovizza, «semo nel 2023, e xe quarant’ani boni che no vegno quassù». Percepisco senza voltarmi la sua leggera tensione. Non ha creduto alle mie parole, quando ieri sera ho provato a descrivergli come i vecchi spazi che da anni stavano appollaiati qua sopra abbandonati, abbiano ripreso vita. Una vita migliore, discreta e solare, per niente chiassosa e molto apprezzata dai cittadini. Non mi ha creduto, e ora vuole vedere con i suoi occhi.

Ci fermiamo al parcheggio dell’Obelisco, dove parte la Napoleonica. Due ragazzi passeggiano con il cane, un gruppo di anziani si gode il sole invernale. Ci fermiamo per un attimo a rimirare la città: a guardarla da quassù si può tirare un sospiro di sollievo, nessuno squarcio evidente è stato aperto nella sua pianta e nemmeno si vedono svettare ecomostri dalle parti del porto. Il mio amico si volta e guarda il parcheggio affollato. «Come mai xe tute ‘ste auto? Tuti a rampigarse per la Napoleonica?». Fa ancora troppo freddo per le ondate dei rocciatori. Gli indico l’albergo di fronte, si intravede il suo profilo immacolato e asburgico tra i rami dei pini che lo proteggono. Non se n’era nemmeno accorto. E d’altra parte, per anni, decine di triestini sono saliti lungo questa strada senza curarsi dei resti di quell’albergo fastoso come una reggia per le vacanze di un sovrano minore, che svettava decadente ma ancora altero.

Andiamo, ti faccio vedere. Indico il sottopassaggio e in un istante siamo dall’altra parte della strada. Avvicinandoci all’albergo ne cogliamo tutta la bellezza da colonia per intellettuali tedeschi malati ai polmoni, invece dentro l’atmosfera è sana e allegra.

Il vecchio Park Hotel Obelisco è diventato un centro sportivo che funziona come punto di partenza per gite in bicicletta e sentieri per la corsa: ci sono gli spogliatoi e le docce ai quali si può accedere con una simbolica tessera associativa annuale, c’è il bar con le bibite energetiche e la cioccolata calda dove tutti si rifugiano al ritorno dalle passeggiate invernali. Al piano di sopra ha trovato posto una palestra, diverse società ci tengono i corsi di yoga, ginnastica, pilates. Una sala riunioni è periodicamente occupata da boyscout e associazioni giovanili grazie agli affitti ragionevolmente bassi. E non manca uno spazio gioco dove nel fine settimana è possibile lasciare i bambini nelle mani di esperti animatori, mentre i genitori vanno a correre, in bicicletta o anche solo a fare due passi tra i sentieri che partono dietro il campeggio.

Decidiamo di curiosare un po’ ed esploriamo anche il giardino dove ci sono gli ecogiochi per i bambini, qualche attrezzo da sentiero salute e, con mia sorpresa, anche una tettoia che protegge una decina di biciclette. Un sig. nore anziano con gli occhi azzurri e l’abbronzatura da Barcola anche se siamo in marzo, ci viene incontro e ci spiega che da poco è stato aperto un noleggio, che fornisce tanto di caschetti e giacche catarifrangenti.

Naturalmente ci facciamo contagiare dall’idea e noleggiamo due bici per continuare l’esplorazione in modo più ecologico.

Pedaliamo lungo strade sterrate e sentieri segnalati con chip che mandano informazioni naturalistiche ai nostri smartphone. Sbuchiamo a pochi metri dal Sincrotrone. «Forsi dovessimo andar a veder le Foibe?» mi domanda il mio amico con lo spirito di un milanese in gita. Glielo faccio notare e scoppia a ridere senza prendersela, e per sottolineare che tra i due quello che a Trieste c’è nato è lui, mi apostrofa: «Bon ciò, ’ndemo! Cos’ te speti?».

Mi viene in mente che c’è una cosa che vorrei fargli vedere, e giro la bici puntando in direzione dell’ex campo profughi istriani. Pedaliamo contro vento, ma ci impieghiamo pochi minuti a raggiungere lo spazio immenso che per anni, quando le ferite dell’esodo iniziavano a rimarginarsi e le famiglie trovavano una sistemazione stabile, è rimasto abbandonato. Fino a poco tempo fa, venirci significava fare un salto indietro nel tempo: era un luogo spettrale, con gli edifici vuoti o con ancora qualche resto del passaggio dei profughi, uno spazio immenso che suggeriva paura e vento freddo, fughe precipitose e orfani. Non so se si possa dire davvero, ma all’inizio degli anni 2000, a venire da queste parti si respirava aria di confine, di guerra imminente. E poi il silenzio, c’era sempre silenzio.

Dopo qualche apertura sporadica, ora gli edifici sono stabilmente animati. Rimessi a nuovo, sono in gran parte adibiti a residenza per i ricercatori e i gli studenti dell’Area di Ricerca, del Sincrotrone, che da qui si spostano in bicicletta e infatti non siamo i soli a girare qui dentro sulle due ruote. Qualcuno, incrociandoci, ci fa un cenno di saluto.

Ma il vero motivo per cui ci siamo trascinati fino a qui, si trova all’estremità orientale di questo campus, dove gli edifici si alternano al bosco e ai prati ariosi. Qui ha trovato sede l’immenso museo de Henriquez, con il suo titolo suggestivo: Museo della Guerra per la Pace. E non poteva trovare posto migliore, viene da pensare: un luogo di confine, dove le identità si confrontano e si mescolano, passano da una parte all’altra, si scontrano nei più sanguinosi dei conflitti eppure imparano a conoscersi.

Appoggiamo le bici a una colonna con le indicazioni dei siti e ci avviciniamo a piedi. Il museo ha preso vita e ha ritrovato i suoi luoghi: mentre negli edifici si conservano i volumi, i documenti e i diari relativi al XXV settore di copertura “Timavo”, le migliaia di fotografie, nello spazio aperto si nascondono, più o meno visibili, i pezzi d’artiglieria pesante, le uniformi, le armi leggere. Camminarci in mezzo, respirare quell’aria che sa di conflitti e rivolgimenti di confine, significa davvero entrare in un pezzo di storia, e fa di questo museo un unicum.

Guardo il mio amico che si avvicina commosso ai reperti più impressionanti, vuole entrare a vedere le foto. Mentre camminiamo davanti alle pareti di un edificio che conserva testimonianze di prima mano, lo so che entrambi ci stiamo interrogando sul tragico destino di Diego de Henriquez, su quella sua fine così sospetta, sui documenti e le fotografie andati bruciati. «Anca questa xè Trieste» gli esce tra le labbra, quasi a commento dei nostri pensieri comuni. E io vorrei dirgli che le cose sono cambiate, che stanno cambiando ancora e quello che abbiamo visto in questi giorni ne è la prova.

Ma forse invece questo viaggio ce lo siamo solo immaginati, e un futuro simile è ancora molto lontano. Gli sorrido: «È tempo di andar via. Vieni, ci aspettano in osmiza».

(3 - Fine. Le puntate precedenti sono state pubblicate domenica 11 e martedì 13 marzo)

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