Terminato dopo 21 anni l’esilio dei Petrosyan: «Un sogno realizzato»

I campioni mondiali di kickboxing Giorgio e Armen tornati in patria grazie all’invito del presidente del comitato olimpico armeno Tsarukyan 

la storia

/ San Lorenzo

Gli ci sono voluti quasi 21 anni per rimettere piede in patria, ma alla fine ce l’ha fatta. Aveva lasciato l’Armenia nascosto in un camion come un qualsiasi profugo. In Italia si è costruito una vita e ora è tornato a casa da eroe nazionale. L’esilio di Giorgio Petrosyan è terminato. Cresciuto tra Gorizia, Mossa e San Lorenzo isontino, il pluricampione del mondo e leggenda della kickboxing globale è abituato alle emozioni forti, ma quella provata nei giorni scorsi è stata unica.

Nonostante avesse ottenuto la cittadinanza italiana già nel 2014 grazie ai suoi successi sportivi e nonostante il fatto che col nuovo passaporto avrebbe potuto rientrare in Armenia già da tempo, non aveva mai osato fare il grande passo. Era fuggito dalla capitale Yerevan nel 1999: il padre Andranik aveva portato via lui e il fratello maggiore per evitare che dovessero andare a combattere sul fronte del Nagorno Karabakh. In caso di ritorno cosa sarebbe successo? In aeroporto lo avrebbero fermato e accusato di diserzione? o, al contrario, lo avrebbero arruolato nell’esercito? Erano troppi i dubbi su quello che avrebbe potuto accadere una volta lì, ma ultimamente la situazione politica è cambiata in modo radicale e a rendere possibile il sogno del “Chirurgo del ring” e del fratello minore Armen (anche lui campione del mondo di kickboxing, ndr) è stato il presidente del locale comitato olimpico, Gagik Tsarukyan, che li ha invitati entrambi in occasione dell’inaugurazione di un’importante palestra e, di fatto, ha garantito per la loro immunità.

Tra un impegno istituzionale e l’altro, i fratelli della kickboxing hanno potuto riscoprire Yerevan, loro città natale, e riabbracciare alcuni parenti, ma hanno potuto visitare anche il lago Sevan dove da bambini andavano a trascorrere le vacanze estive in famiglia, e alcuni monasteri sulle montagne del Paese.

«È stata una sensazione strana. Non è facile descrivere quello che abbiamo vissuto: siamo scappati di nascosto ma ora, al nostro ritorno, tutti ci rispettavano e ci riconoscevano. Ci fermavano per strada e questo è stato un grande onore», premette Giorgio, aggiungendo poi: «Girare per le strade dove siamo cresciuti ci ha portato alla mente tanti ricordi. Abbiamo riscoperto i sapori e gli odori della nostra infanzia. Della città è cambiato solo il centro, il resto è rimasto come era, anche se nei nostri ricordi di bambini sembrava tutto molto più grande». «Tutta la settimana è stata un sogno - sottolinea il fratello Armen -. Non pensavo di poter tornare».

L’unico rammarico è non essere riusciti a vedere il monte Ararat, luogo sacro per la popolazione armena rimasto appena oltre il confine con la Turchia. Ma dopo aver finalmente rotto il ghiaccio, è facile prevedere che i due campioni torneranno altre volte nel loro Paese d’origine e allora avranno modo di contemplare la loro montagna, seppure da lontano. —

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