“Tiene” la qualità della vita Ma l’imprenditorialità latita
di Gabriella Ziani
Siamo storicamente pigri, i più levantini fra i nordici d’Italia, ma la cuccia è ancora abbastanza calda perché sembri indifferibile la necessità di darsi da fare. Vedremo che cosa produrranno adesso anche a Trieste tasse su case, barche, macchinoni, il non adeguamento di pensioni basse, la probabile recessione, e insomma tutto il gravoso pacchetto-Monti con le sue conseguenze. Intanto però la 22.a edizione dell’indagine sulla «Qualità della vita» nelle 107 province italiane realizzata dal “Sole 24 Ore” ci guarda com’eravamo nel 2010, e ci assegna al quarto posto assoluto in Italia.
Per qualità complessiva della vita ci precedono tre “B” imbattibili, Bologna, Bolzano e Belluno. E per molti parametri siamo i primi in assoluto, un vero record. Ma, come dice subito il sindaco Cosolini, i dati vanno sempre interpretati, «e non bisogna deprimersi lì dove va male, come non bisogna esaltarsi dove va bene».
Trieste per esempio è al primo posto in Italia per infrastrutture, e senza calcolare il porto. Noi ci lamentiamo della loro mancanza (e ci sfilano sotto il naso anche gli ultimi treni), ma si vede che il resto è peggio. Siamo al primo posto per giovani laureati ogni 1000 abitanti. Siamo al primo posto per la puntualità con cui paghiamo i prestiti. Per inciso, nemmeno Udine fra le 4 province del Friuli Venezia Giulia tocca mai una prima casella.
Ci ritroviamo poi al sesto per la ricchezza pro capite prodotta. Al quarto per la velocità con cui il nostro tribunale esaurisce le cause. Al terzo posto per numero di spettacoli. Al settimo per sportività. Al sesto per quantità di asili. Né male va alla voce “giovani occupati”, perché risultiamo alla 23.a casella su 107. In più abbiamo anche largamente l’impressione che le cose qui siano migliorate negli ultimi due-tre anni.
L’indagine misura tutto centimetro per centimetro. Quanti libri acquistati. Quante truffe e frodi informatiche e quanti furti d’auto e case svaligiate. Quanti stranieri e quante coppie in crisi (a quest’ultimo proposito, sono abbastanza: siamo al 96.o posto, le crisi sono fra le più robuste l’Italia). E in più, giustamente, l’analisi raffronta le fredde statistiche con la percezione (spesso diversa) che sui medesimi temi hanno invece i cittadini.
Per esempio a Trieste le cifre dicono che siamo a quota 97 per il carovita, dunque mal messi, con un’inflazione superiore al 2,3% annuo, ma i triestini sembrano farci poco conto, si piazzano al 30.o posto se interpellati, il carovita non sembra pesante. Per contro, dagli ospedali abbiamo poche “fughe” di pazienti (30.a posizione in Italia), molto meglio di Udine e Pordenone, i cittadini però tendono a lamentarsi, e portano Trieste al 34.o, mentre Gorizia e Udine si autostimano e stanno al 5.o e 7.o.
Ma poi c’è il risvolto della medaglia, l’altro lato di una città che anche le cifre costantemente mostrano seduta su se stessa, nonostante il fitto discutere sull’intramontabile problema: che cosa fare? Dove andare? Forse l’una cosa (star seduti) non è disgiunta dall’altra (discuterne tutti assieme). Ecco dunque i “record” neri.
Trieste è l’ultima in Italia per “spirito d’iniziativa”. L’ultima per “propensione all’investimento». L’ultima in regione (59.a casella nazionale) per risparmi. Al 103.o posto per microcriminalità su 107, al 91.o su 107 per natalità, notoriamente bassissima, e appena verso metà classifica per “donne occupate”.
«Il dato sulle infrastrutture - dice Cosolini - può sembrare paradossale, vista la nostra carenza. Ma qui si valuta per standard: abbiamo l’aeroporto, una stazione ferroviaria terminale, collegamenti marittimi, autostrade, Università. Poi però bisogna vedere la qualità di tutto questo. Altro fattore-chiave - prosegue il sindaco - mi fa dire ciò che affermavo con convinzione in campagna elettorale e che continuo a ripetere perché è vero: a Trieste vanno bene le cose che rappresentano proiezioni del passato sul nostro presente. Ma molto c’è da fare sugli indicatori che parlano del futuro: imprenditoria, rivitalizzazione economica, investimenti. Anche il massimo numero di laureati, che è un bel record, si traduce in criticità, perché siamo in piena disoccupazione intellettuale, invece dobbiamo trasformare questo dato in opportunità positiva».
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