TRIESTE NEL MONDO CON LE MILLE VELE
Come molti avranno forse notato, tra le vele della Barcolana è comparso anche l’Ursus. Lo storico pontone-gru con i suoi 75 metri di altezza e le 2200 tonnellate di ferro è spuntato nello specchio d’acqua antistante la sede della Guardia costiera, curvo e imponente come un vecchio orso in quiescenza. Da poco restaurato a cura dei suoi nuovi proprietari, la Guardia costiera ausiliaria, l’Ursus è stato messo lì su richiesta degli organizzatori della Coppa d’autunno per dare un tocco di coreografia museale alla più affollata regata del mondo. L’enorme gru galleggiante, impostata nel 1913 e varata l’anno dopo, è l’ultima testimonianza di archeologia marittima rimasta a Trieste.
Dall’alto delle sue gigantesche strutture racconta una storia lunga quasi un secolo che parla dei tempi d’oro della cantieristica triestina, anni in cui i suoi cavi d’acciaio sollevavano i motori dei transatlantici, recuperavano relitti, riparavano banchine, spostavano treni carichi di merci. L’Ursus ha visto due guerre mondiali, distruzioni e ricostruzioni, ascesa e discesa del porto. Ha visto la città perdere il suo retroterra, i traffici diminuire, il mare vuotarsi poco a poco prima di una lenta e difficole ripresa. Adesso, in attesa di diventare attrazione turistico-museale permanente, l’Ursus guarda le mille vele della Barcolana affollare le Rive, e poi il golfo. La sua presenza ha un evidente valore simbolico: il passato che fa da sentinella al futuro, in una sorta di ideale passaggio del testimone nel momento in cui un evento come quello della Barcolana suggerisce, per la trentanovesima volta, la volontà della città di tornare al suo mare.
In questi giorni a Trieste ci sono 2000 armatori, 25000 velisti, più di mille barche. La città subisce l’annuale pacifica invasione: da Monfalcone, Duino Aurisina e fino ad Ancarono non si trova più un letto negli alberghi, nelle pensioni, nei bed&breakfast. La regata sarà seguita da 50 televisioni e da un esercito di gornalisti che scriveranno centinaia di articoli, la gran parte dei quali finirà nelle pagine patinate delle riviste turistiche. I grandi sponsor, dall’Alfa Romeo alle Generali, ne approfitteranno per affinare quella che viene definita dagli esperti «marketing corporate ospitality», vale a dire fare buoni affari all’ombra della ribalta mediatica e popolare della manifestazione. Ristoranti e negozi di articoli nautici stanno già facendo affari d’oro, mentre le agenzie dei charter contano i profitti del fuori stagione: ogni anno almeno 300 barche iscritte alla regata sono a noleggio, e affittare una barca va dai duemila euro per una «familiare» ai 15-20mila euro di quelle più grandi.
E poi c’è lo spettacolo in sè, il grande spettacolo del golfo coperto dalla flotta bianca che richiama migliaia di spettatori, per un giorno tutti velisti, per un giorno tutti in mare e con il mare. Anno dopo anno di tutto ciò qualcosa rimane. Il richiamo turistico, ovviamente, ma non solo. La Barcolana mette in moto qualcosa che si fissa nell’immaginario collettivo, nella cultura della città, entra a far parte della sua essenza. In Italia la Barcolana non è l’unico appuntamento velistico di richiamo, regioni come la Liguria e la Sardegna, ricche di appassaionati della vela, propongono iniziative analoghe. Ma nessuna come la Barcolana richiama tanti naviganti. Ormai per Trieste la Coppa d’autunno è diventata un valore aggiunto che la caratterizza nel mondo.
Ma proprio in quanto valore aggiunto va salvaguardata, messa a frutto nel modo migliore: un punto di partenza più che di arrivo. Altrimenti rischia di rimanere solo un’immagine oleografica, da cartolina, festa che una volta all’anno porta soldi e movimento ma poi resta lì, finisce nella soffitta delle buone intenzioni fino all’anno successivo. L’Ursus, che ne ha viste tante, con la sua figura un po’ torva e curva ricordo di un’epoca in cui le grandi macchine di ferro e acciaio erano sinonimo di progresso e futuro, troneggia sulla Barcolana e saluta le mille vele con l’augurio che questo non accada.
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