Turismo di massa: le nostre città non devono farsi abbagliare
Non è il nuovo McDonald’s a Trieste a preoccupare, bensì il fatto che le nostre città stanno cambiando volto con una rete commerciale più povera, più omologata, più rada: più brutta

Il problema non è McDonald’s. È che Trieste, come altre città medie italiane divenute centri turistici, si sta trasfigurando. Scompaiono i negozi, proliferano i punti di somministrazione di ogni sorta. E il saldo è negativo per quantità e qualità: le periferie si desertificano e si rabbuiano, la ristorazione insegue la chimera di facili guadagni che facili non sono, e lascerà sul campo molti caduti per inesperienza, ingenuità, impreparazione.
Chi visitasse oggi la città a dieci anni di distanza faticherebbe a riconoscerla dagli esercizi commerciali, la cui mappa è incoerente con il suo successo turistico.
Era inevitabile che l’annuncio dell’apertura sulle Rive del terzo punto della più nota catena di fast food al mondo suscitasse le reazioni disparate, di cui Il Piccolo ha dato conto in questi giorni. La qualità della ristorazione è un tema, ma non il più preoccupante.
Insieme con la naturale rincorsa al pasto veloce per turisti in crescita costante, permane e si rafforza un’offerta di alto livello (Metullio, Morgan, Suban, Vesnaver e molti altri): gli imprenditori trovano sempre la loro strada, e sta semmai alla città attirare visitatori di qualità anziché un turismo di massa per il quale Trieste non è tagliata, né se lo potrebbe permettere.
Il nodo principale è ben più ampio, e consiste nella progressiva scomparsa di un tessuto commerciale cittadino autonomo. Il settore è stretto in una tenaglia feroce. Da una parte v’è l’effetto sostituzione indotto proprio dalla ristorazione veloce a beneficio dei turisti, che tende a rimpiazzare i negozi con le attività di somministrazione. Dall’altra c’è la rivoluzione delle abitudini di acquisto. Il commercio online è ormai imbattibile per efficienza, capacità di servizio, velocità e ampiezza di assortimento.
Le prime vittime sono stati gli esercizi di vicinato nelle periferie e nelle zone semi-centrali, oggi sostituiti da garage, fori vuoti, vetrine buie che sottraggono socialità e generano insicurezza e marginalità sociale. Sosteniamo (arditamente) che vi è un nesso tra il boom del commercio elettronico e l’aumento della micro-criminalità nelle periferie. Ma anche i centri urbani scontano un’involuzione sociale, con la presenza sempre più invasiva dei franchising in serie e il ritirarsi dei negozi autonomi.
Non è dunque McDonald’s a preoccupare (anzi), bensì il fatto che le nostre città stanno cambiando volto con una rete commerciale più povera, più omologata, più rada: più brutta. È un fenomeno inarrestabile, non v’è bacchetta magica. Ma che ci impone di riqualificare incessantemente l’arredo urbano per favorire la frequentazione delle vie, animare un turismo di qualità con un’offerta culturale di livello, puntellare in ogni modo i negozi di vicinato. Una vetrina è una luce, un punto di vendita è umanità.
La recente riforma regionale del commercio supporta quest’ambito socialmente insostituibile con contributi intelligenti, perché legati agli investimenti. Sforzi da coltivare e imprenditori da sostenere, se davvero vogliamo continuare a riconoscerci nelle nostre città.
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