UN CONFRONTO NON IDEOLOGICO

Con la vittoria del partito socialdemocratico e dei suoi alleati, il risultato del voto sembra aprire la via a una nuova coalizione di centro-sinistra, se i vincitori riusciranno ad attrarre nel governo il partito popolare e quello dei pensionati, già partner del precedente governo di centro-destra.


Il risultato è figlio di una campagna elettorale piuttosto anomala, complice, probabilmente, la buona situazione dell'economia. Se si esclude la forte polemica sulle accuse di corruzione al primo Ministro Jansa nell'affaire dell'acquisizione di mezzi blindati per l'esercito sloveno da un'impresa finlandese (accuse che possono aver avuto un qualche impatto sui risultati), il dibattito politico non ha presentato, in realtà, importanti punti nodali di contrapposizione.


Abbastanza marginali, nel confronto elettorale, i temi che dividono la società slovena, come il giudizio sulla partecipazione alle vicende della seconda guerra mondiale (collaborazionisti e partigiani), o le polemiche sulla posizione e l'influenza della Chiesa, peraltro differenziate e sfumate in ambedue gli schieramenti.


Per contro, al governo, non sono arrivati pochi riconoscimenti, sui successi ottenuti nel semestre di presidenza dell'UE, sull'inserimento della Slovenia nell'area Schengen e sulla politica economica e sociale, in una situazione in cui, tasso di sviluppo, livello del debito, lotta alla disoccupazione, tasso di natalità, hanno registrato risultati per lo più soddisfacenti. Altrettanto si può dire per il giudizio della gran parte dei partiti sul problema della guerra ai nuovi ricchi e alle lobby immobiliari. Lo stesso aspetto dell'aumento dell'inflazione è stato affrontato con prudenza, tenuto conto della situazione mondiale. E persino il fallimento della legge sulla regionalizzazione ha registrato critiche non eccessive. Più articolato, invece, il dibattito sul modello di sviluppo dell'economia e sulla sua gestione.


Non è apparso in discussione quel modello che vede nella maggior parte delle più importanti società slovene una presenza dello Stato con forti quote di minoranza e una tendenza a frenare processi di privatizzazione e investimenti stranieri. Anche se le società partecipate dallo Stato non appaiono spesso abbastanza profittevoli rispetto a quelle private, come annotava recentemente il Financial Times, il modello, per il momento, tiene, e non è privo di interessi e di vantaggi per la politica. Del resto il governo del primo ministro Jansa ha solo ereditato tutto ciò dai precedenti governi e non c'era, quindi, motivo di contrapposizione o di polemica. Sulla gestione del modello, invece, ovvero sulla presenza politica della coalizione di governo nei vari settori, la polemica si è accesa.


L'accusa è di un ruolo invadente dello Stato e delle forze politiche di governo sul funzionamento delle grandi imprese, degli enti pubblici e dei media, e, in questo caso, il lamento di molte categorie penalizzate, si è fatto sentire. Si tratta però di vedere se un differente governo, riparate alcune storture di status e di organizzazione, rinuncerebbe poi a una presenza già consolidata del potere politico.


In conclusione, una campagna elettorale priva di contrapposizioni ideologiche e, anche dal punto di vista programmatico, non caratterizzata da fondamentali differenziazioni. Si è trattato di una lotta per il potere basata prevalentemente sull'identificazione e l'appartenenza politica, nel quadro di un'affluenza alle urne che ha visto una partecipazione al voto di poco superiore al 60%. Una situazione del resto non dissimile da quella dei test elettorali di molti paesi democratici.

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