TRIESTE Da quando la mobilità delle persone è non solo agevole ma, a motivo dell’enfasi che la vita quotidiana pone sul viaggiare, obbligata, molto si dice e si scrive sulla “personalità” dei luoghi e delle città in particolare. Si tratta in parte di come una città “si mostra”, in relazione a “com’è” nella sensibilità dei suoi abitanti, dato che è necessaria una certa estraneità, al minimo quanta ne produce il guardarsi allo specchio, per coglierne la fisionomia. C’è bisogno infatti come di uno specchio (esteriore e interiore) per descrivere come ci si mostra agli altri, o come si crede di farlo, e occorre ricordare che lo specchio un po’ inganna (la destra diventa la sinistra, etc.) e poi, diciamolo, è quasi impossibile guardarsi allo specchio senza mettersi in posa. Insomma, conosce meglio la sua città, la mostra meglio agli altri, chi vive una certa estraneità, chi marca, pure abitandovi, una certa distanza. Nessuno coglie questo aspetto meglio di Umberto Saba, quando nella poesia Trieste dice “strana” proprio “l’aria natia”, dove quel “natia” si riferisce a un’origine di sé che è ben di più che un anagrafico luogo di nascita. Che cosa di più inafferrabile e di più caratteristico dell’“aria”, nei suoi molti significati, per dire ciò che si sente con i sensi e insieme coinvolge nel profondo?
Si può dire con un po’ di ironia che Trieste da questo punto di vista è sempre stata una città più fortunata di altre: ha sempre avuto più di una lingua e di una cultura, qualcosa come un “confine interno”, rispetto al quale specchiarsi significa anche riconoscere o disconoscere la propria alterità. La Trieste “del sì, del da, del ja” (Cergoly) è la città che ha sempre dentro di sé un altrove, lo raccontano i suoi poeti e i suoi scrittori, lo prova il visitatore che percepisce di non essere arrivato in una città “di confine” ma in una “città di confini”, che la geografia e la stessa geologia moltiplicano in ogni forma, quasi in dimensione frattale. La storia di Trieste, d’altra parte, rinnova nel tempo questa irriducibile appartenenza a qualcosa che viene sempre e soltanto riconosciuto alla luce del riflesso di qualcos’altro, si tratti di lingua, di identità culturale, di ideologia. E proprio nella sua storia Trieste ha patito l’essere una “città di confini” più ancora che “di confine” e da questa condizione ha fatto sì che traesse però anche i suoi benefici e la sua ricchezza di vita e di cultura.
Se facciamo un’ipotesi tutta italiana, Trieste potrebbe essere il vertice estremo del nuovo triangolo industriale che fa un secondo angolo in Emilia Romagna e il primo, quello che ha la forza di attrazione più grande, in Milano. Se facciamo un’ipotesi sovranazionale, Trieste è il primo forte attrattore dell’alto Adriatico e di una parte dell’oriente centroeuropeo. I comprensibili motivi di una demistificazione, a volte simpatica e ironica, del mito della “triestinità” (che è un altro modo, in fondo, per farlo sopravvivere) non aggiunge né toglie energia a nuove esigenze e possibilità, le quali possono avere autonomia e forza, come accade per l’attività scientifica di valore internazionale che la città alimenta. Il resto è da pensare.
Al gioco di quello che dovrebbe esserci o di quello che manca a Trieste per la cultura (del libro) preferisco sottrarmi, per immaginare invece come questa città potrebbe diventare meglio se stessa nell’Europa attuale, alla luce delle tecnologie avanzanti e della globalità della comunicazione. Questa “città di confini”, che non è più una città “di confine” nell’Europa di oggi, dovrebbe credere di poter diventare il luogo in cui intrecciare un “discorso sul confine” necessario all’Europa stessa al tempo del mondo globalizzato. Non solo manifestazioni culturali, quindi, ma corsi di studi, progetti internazionali, laboratori permanenti. C’è una città che per centinaia di chilometri nel cuore dell’Europa, tra est e ovest, tra il nuovo e il vecchio tempo del mondo, è per tutti il comune riferimento, per storia, dimensione, collocazione geografica? E se non Trieste, quale? —