Viste insolite e mozzafiato dalle celle campanarie con gli scampanotadôrs

Per un giorno accessibili ai curiosi le torri delle chiese di Lucinico e Piedimonte  Il maltempo non ha fermato le visite organizzate dagli appassionati dell’Isontino
Bumbaca Gorizia 12_05_2019 Campanili aperti Piedimonte © Fotografia di Pierluigi Bumbaca
Bumbaca Gorizia 12_05_2019 Campanili aperti Piedimonte © Fotografia di Pierluigi Bumbaca



Vista da gli oltre 40 metri d’altezza della cella campanaria della chiesa di Lucinico, Gorizia si offre in una veste tutta nuova. Insolita, rara, affascinante. Come una perla incastonata nel verde intenso delle alture che la circondano, dal Calvario a due passi che pare di poterlo toccare fino alle vette già in territorio sloveno, che degradano per lasciar spazio alla valle del Vipacco. Questo è il panorama sulla città (per tacere di quello che si può godere nelle altre direzioni) di cui solitamente possono godere solo i maestri campanari, i custodi dell’antica tradizione del suono delle campane che salgono gli oltre cento ripidissimi gradini della torre per deliziare chi sta sotto con i loro abili rintocchi.

Ieri, però, questa stessa emozione speciale l’hanno potuta sperimentare anche i tanti curiosi visitatori che hanno preso parte all’ottava edizione di “Campanili aperti”, l’iniziativa promossa dall’associazione Campanari del Goriziano che in questi anni ha aperto a quasi un migliaio di persone in totale sedici torri campanarie dell’Isontino. E che ieri, con la preziosa collaborazione del Grup Cultural Furlan Scampanotadôrs di Mossa, ha svelato i segreti del campanile di Lucinico e di quello di Piedimonte. A Lucinico – dove gli storici Paolo Iancis e Lino Visintin hanno raccontato storie e caratteristiche della torre – ad accogliere il pubblico c’erano Paolo Medeot, Cristian Mian e Matteo Medeot, anime dell’associazione dei campanari di Mossa e autori anche dell’esibizione che ha concluso il pomeriggio. Proprio loro ci hanno accompagnato fin sulla cima, in mezzo alle tre grandi campane del concerto lucinichese.

«Il campanile che vediamo oggi non è quello originale – racconta Paolo Medeot –, che si trovava sul lato opposto della chiesa, e aveva una sommità a cipolla, di gusto asburgico. È stato ricostruito dopo le distruzioni della Grande Guerra, tra il 1924 e il 1926, mentre le campane attuali risalgono al 1970». Medeot le conosce molto bene, quelle campane, così come conosce le altre che suona da una vita, scampanotadôr da quando aveva solo 8 anni (e oggi sono 53). Servono pazienza, orecchio e grande passione, per suonare. La stessa passione che i campanari mettono nell’aiutare e nell’accogliere chi sale le ripidissime scalette in legno nel ventre del campanile. Il tutto per leggerne poi la meraviglia e la soddisfazione negli occhi, una volta arrivati in cima. E pazienza se le reti collocate a protezione della cella campanaria, per impedire ai volatili di entrare e nidificare, finiscono per intralciare un po’ il colpo d’occhio e le fotografie. Lo spettacolo del resto non sta solo attorno, ma anche dentro. Perché osservare la maestria con cui i campanari battono a ritmo i pesanti battacchi sulle campane, ricavandone armonie, è un vero privilegio. L’hanno sperimentato in tanti anche ieri, malgrado pioggia e un vento freddo, autunnale, a Lucinico, ma pure a Piedimonte, dove peraltro c’era da brindare anche ad un anniversario importante: il 130° compleanno della campana maggiore, quella superstite del concerto realizzato nel lontano 1889 da Francesco Broili.

Con il presidente dei Campanari del Goriziano Andrea Nicolausig l’hanno raccontata Giulio Tavian e Alessio Marega. E c’è da scommettere che da ieri ci sono tanti goriziani che ascolteranno con orecchio diverso, la domenica o nei giorni di festa, il cantare delle campane. –



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