Alessandro Magno Conquistatore e post-adolescente
Il nuovo libro di Mariangela Galatea Vaglio esplora la figura del Macedone con occhio contemporaneo: «Ingenuo, iracondo. Oggi sarebbe un giovane da supporto psicologico ma sui limiti, a volte, si costruisce la grandezza»

«Si è consumato come una supernova». Mariangela Galatea Vaglio descrive così Alessandro Magno, morto a nemmeno 33 anni, dopo aver condensato in una manciata d’anni l’arco intero di un’esistenza.
Cesare e Napoleone, che lo presero a modello, arrivarono al loro apice da uomini fatti. Dopo Cesare, Teodora e Afrodite, la scrittrice arriva da Giunti con “Alessandro Magno. Re, condottiero, eroe”, quasi 400 pagine in cui Alessandro non è mai solo: a contendergli la scena sono Filippo, Olimpiade, decine di personaggi minori, in quello che l’autrice stessa definisce, nella premessa, “un mosaico, non un quadro armonico”.
Il libro sarà presentato in prima nazionale martedì 4 agosto alle 21, a Spinea.
Perché ha scelto di rischiare la linearità per questo mosaico?
«La storia romana è un personaggio molto lineare: le vicende di una città e della sua classe dirigente. La storia greca invece ha moltissimi centri e moltissimi protagonisti, e in questo noi italiani siamo davvero gli eredi diretti dei greci: riusciamo a dividerci ogni venti chilometri, loro ci riuscivano nel giro di quindici stadi, poco meno di tre chilometri. Spesso raccontiamo la storia col senno di poi, come se tutto fosse stato destinato ad accadere. La storia greca ti fa capire invece quanto conti il caso: sarebbe bastata una battaglia vinta o persa, o una parola detta in più o in meno, perché tutto cambiasse. Anche la fortuna di Alessandro passa da dettagli quasi banali: l’unico condottiero persiano capace di contrastarlo sul campo muore di malattia, non in battaglia. E poi Dario sbaglia i conti a Gaugamela, mentre i satrapi persiani litigano tra loro senza trovare una strategia comune. Come dicevano i romani, conta la virtù, ma conta anche la fortuna».
Il libro racconta però anche le crepe di Alessandro, non solo la sua grandezza. ..
«C’è il rischio, quando si racconta un grande personaggio storico, di farne un villain oppure un supereroe Marvel. Alessandro non è né l’uno né l’altro. Io insegno alle medie, ho a che fare ogni giorno con ragazzini in piena preadolescenza, e alle volte mi è sembrato di avere davanti proprio uno di loro: uno che non è riuscito a risolvere i problemi dell’adolescenza, che si porta dietro il disagio di due genitori a dir poco ingestibili. È un personaggio ambizioso, devastante in guerra ma anche molto fragile: ha evidenti problemi nel relazionarsi con gli altri, ha usato per tutta la vita gli amici più stretti come una bolla protettiva per non lasciare entrare nessun altro, e le sue storie d’amore, con uomini e donne, sono sempre segnate dalla stessa distanza».
È un manipolatore allora?
«No, anzi per certi versi è ingenuo, ma ha grossi problemi di gestione della rabbia. Si capisce bene perché il suo punto di riferimento fosse Achille, di cui sembra quasi la reincarnazione: anche lui, quando gli parte l’embolo, non riesce a fermarsi, ma non è un cinico, soffre per quello che fa, ha un suo senso della moralità. Probabilmente era anche iperattivo, incapace di stare fermo o di sopportare la noia, sempre in cerca di nuovi stimoli. Oggi sarebbe probabilmente un ragazzo con bisogno di supporto psicologico. E invece è diventato uno dei più grandi personaggi della storia: anche questo ci insegna che quelli che sembrano limiti, a volte, diventano la materia stessa della grandezza».
Alessandro tratta più volte gli oracoli come strumenti da piegare al bisogno. Quanto è fede autentica e quanto leva di potere?
«Non si capisce mai fino in fondo. Formalmente è rispettosissimo della religione, e come suo padre Filippo aveva capito che è un ottimo modo per tenere legati a sé soldati e sudditi. Ma ha anche questa straordinaria capacità di rigirare gli oracoli perché dicano quello che gli serve, cosa che del resto era molto greca. Probabilmente unisce tutto questo a una fede sincera: continuava a sacrificare ogni giorno. Ma è una fede diversa dalla nostra: alla base c’è una logica quasi di scambio, offro perché in cambio ottengo ciò che voglio».
Nell’indice compaiono titoli come “Le fake news e la guerra di Tebe” . Perché innestare un lessico così contemporaneo su vicende di duemila anni fa?
«È sempre stato il mio punto di partenza sui social: far capire che la storia antica non è poi così antica, perché le dinamiche umane restano quelle. Sono meccanismi che funzionano dal Paleolitico a oggi, identici da Ramses fino ai leader contemporanei. E non è solo un modo per avvicinare il lettore: la storia antica affronta problemi modernissimi, l’integrazione, le identità divise fra due culture, gli equilibri del Medio Oriente, spesso prima e meglio di come li affrontiamo noi».
Come concilia il rigore della sua formazione accademica con la scrittura per il grande pubblico?
«Tieni a mente cosa vuoi ottenere, poi il modo per spiegarlo lo trovi. Studio il mondo antico da trent’anni, da quando mi sono laureata, e chi vuole divulgare bene deve leggere esattamente gli stessi studi degli specialisti, aggiornarsi di continuo. Poi però bisogna trasformare quegli articoli accademici in qualcosa che un pubblico non specialista possa leggere: non si tratta di svilirli, ma di trovare un lessico diverso, e a volte un ritmo più da romanzo che da saggio storico».
E quella tensione verso il romanzo da dove nasce?
«Scrivo i libri che vorrei leggere: mi piacciono i colpi di scena, e la storia è una sceneggiatrice mille volte migliore di qualunque autore di Hollywood, perché può fare quello che vuole, tanto è successo davvero. Lo sapevano già gli antichi: Plutarco, nelle sue Vite parallele, trasformava la storia dei grandi uomini in qualcosa di appassionante. Erodoto leggeva le sue storie a pagamento nei teatri. E leggere Tucidide, con tutte quelle città piene di politici che tramano e congiure che esplodono, è un po’ come vedere un Trono di Spade fatto di poleis greche».
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