Amore e insulti di Slataper l’idealista nazionalista per gli sloveni del suo Carso

Il capolavoro di Scipio Slatper “Il mio Carso” ritorna nelle librerie in un edizione bilingue italiano-sloveno pubblicata dalla casa editrice Beit. Anticipiamo una parte del saggio che lo scrittore e traduttore Marko Kravos ha scritto.
di MARKO KRAVOS
Un secolo fa, lo scrittore triestino Scipio Slataper, volontario, cadeva sulle pendici italiane del Podgora presso Gorizia. Cadeva per la seconda volta, poiché nel maggio del 1915 era già stato ferito gravemente, tuttavia, dopo essere stato curato tornò al fronte e vi rimase appunto fino alla morte, il 3 dicembre di quello stesso anno.
Fu un estremo idealismo nazionalista di una persona matura, padre ventisettenne con famiglia, oppure un comportamento dettato da una esasperante disperazione autodistruttiva a causa delle profonde lacerazioni dell'anima? A favore della prima interpretazione, quella dell'impegno nazionalista, testimoniano gli scritti pubblicati dallo scrittore nei mesi che precedettero l'entrata in guerra dell'Italia: “I confini necessari dell'Italia” (Torino 1915) e “Le strade d'invasione dall'Italia e dall'Austria. Fella, Isonzo, Vipacco, Carso” (Roma 1915). A propendere per un'inclinazione suicida ci spinge invece “Il mio Carso”, pubblicato nel 1912 a Firenze: un testo frantumato e imbevuto di sensibilità, che potrebbe essere definito il diario di un viaggio intimo, un dramma psicologico o un romanzo generazionale.
Già il pronome possessivo "mio" nel titolo ci porta in una regione dell'intimismo, l'approccio lirico alla narrazione del vissuto. Si nota infatti che l'appassionato giovane autore scrive (in un linguaggio volutamente eretico, antiortografico, improntato di umiltà dalla parlata locale) dando voce alla multiforme condizione di scissione interiore propria dell'uomo alla vigilia della Prima guerra mondiale: l'estraniazione da questa o quella radice etnica di Trieste o dai parenti, lo spavaldo vitalismo in compagnia dei coetanei (nella vendetta allo stabilimento balneare o nelle manifestazioni di protesta) e i sensi di colpa - l'esperienza del suicidio della sua ragazza, per esempio. Così come è centrale, anche nel titolo, la tematizzazione del conflitto tra natura e civiltà, tra la campagna e l'insediamento portuale metropolitano, tra Trieste - e il suo entroterra immediato o remoto. Una città cui sarebbe spettata la funzione di capo d'espansione della "Patria" italiana a nord-est, oppure avrebbe continuato a svilupparsi come sbocco per l'area danubiana e la regione dei Balcani verso il Mediterraneo e i paesi d'oltremare. Un centro imprenditoriale pieno di ambizioni e con vanitosi palazzi in pietra d'Aurisina, saldamente poggiato sul solido sottosuolo carsico pervaso da mille germi vitali.
Le persone che circondano lo scrittore sono, da un lato, l'élite decadente che si preoccupa dei convenevoli, palesemente estranea, se non ostile all' entusiasmo e all'idealismo delle nuove leve. Dall'altro lato poi una coinvolgente folla di sagaci commercianti, di poderosi scaricatori di porto, degli artigiani e inoltre la laboriosa e umile gente dei sobborghi. E in mezzo a tutto ciò, l'autore medesimo: un io di marcata sensibilità morale e un ego che ambisce al superomismo e alla brama di potere.
Questa ambivalenza si riflette anche nelle scene che Slataper dedica agli sloveni che abitano i dintorni, il Carso e l'Istria e, tramite i loro "fratelli" slavi, fino alle distese asiatiche della Russia o dei Balcani. Nel carattere sloveno egli ammira la trasparente semplicità, l'attaccamento alla natura, la spontanea e solidale umanità verso il prossimo - vale a dire un insieme positivo di caratteristiche comportamentali che mancavano all'élite liberal-nazionale della città. Attribuisce agli slavi un ruolo di redenzione in una prospettiva più ampia della decadenza della civiltà europea (argomento allora molto diffuso) con la loro spiritualità partecipe delle vicende sociali che potrebbe ridare il senso e l'eros vitale alla società umana e all'individuo.
È vero d'altra parte che Slataper usa per il suo vicino e fratello di sangue sloveno di epiteti anche duramente offensivi: lo chiama cane, barbaro, s'ciavo, asiatico / mongolo. Tutto questo però è una sorta di provocazione: vuole incitarlo a reagire ai soprusi dei pappamolla delle pianure e all'ordine fatto su misura dei padroni autoproclamati. Potrà cosi acquisire dignità e il ruolo storico che gli propone il tempo della grande redistribuzione dei domini. Lo scrittore però si morde la lingua e si inquadra tra i sostenitori attivi e convinti dell'espansione italiana a Oriente per redimere i fratelli e garantire i confini naturali e sicuri all'Italia.
Tutte queste laceranti contraddizioni nel testo del “Mio Carso”, che sono di certo anche un riflesso letterario triestino dell'espressionismo nello spazio mitteleuropeo d'allora, trovano un comune denominatore nella sincera esaltazione con cui Slataper manifesta il suo onnicomprensivo amore per la vita e per la natura. Pertanto questo diario intimo triestino è ancora oggi una lettura emozionante - anche e soprattutto per i lettori sloveni - grazie alla tematizzazione del Carso e della componente slovena triestina. Che troverà un confronto d'obbligo con le esperienze di lettura dei nostri poeti del Carso: Gruden, Kosovel, Zlobec e poi Rebula e Pahor, oltre agli scrittori successivi.
La prima ricezione italiana del “Mio Carso” si è definita principalmente sotto l'influenza dei terribili eventi di proporzioni globali sul fronte dell'Isonzo, di cui lo scrittore fu vittima e martire d'elezione, nonché all'ombra dei confronti di interessi nazionali e delle deformazioni di regime postbelliche. Per un simile approccio c'erano consistenti elementi nel romanzo stesso, con in più la consacrante fine dello scrittore a cui si aggiunse la tragica sorte del figlio omonimo, perito in un nuovo "sacrificio per la patria" sul fronte russo nel 1942/43. Soprattutto, si è voluta basare la lettura italiana su vari tendenziosi scritti politici di Slataper, pubblicati su riviste o espressi nella corrispondenza, pubblicata postuma - che testimonierebbero l'adesione personale al pathos e agli obiettivi espansionistici della patria italiana, con un volto più o meno umano: che, se in parte reali, sono state, con il ragionamento del dopo, alla pari dell'emozione e dello sdegno patriottico dello sloveno Gregor›i› nel suo poema Isonzo. Uno scotto pagato evidentemente al clima dei tempi, in cui covava la peggiore esperienza dello spirito europeo e dell'umanità.
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