Bisiacaria, ritratto proletario
La vicenda del Territorio di Monfalcone può essere letta seguendo le vicende delle sue classi popolari e lavoratrici, dal Medioevo fino al presente, scoprendovi una controstoria del Litorale

Nel 1994 Claudio Magris visita la Bisiacaria, l’antico Territorio di Monfalcone compreso fra l’Isonzo, il Carso, il Timavo e il mare, con l’intento di scriverne un articolo per il Corriere della Sera. Assieme a degli amici Magris entra in un circolo Arci nel paese di Pieris. Squadrati dagli avventori, lo scrittore e i suoi compagni di viaggio li sentono dire «questi non sono nostri compagni». Di primo acchito il gran germanista ne è ferito, poi prevale in lui la soddisfazione di «vedere che c’è ancora un sano istinto di classe, capace di distinguere chi è compagno sul serio». Certe storie per venir afferrate richiedono di essere lette con faziosità, ovvero secondo un certo qual spirito di fazione. Tra tutti i microcosmi che compongono il nostro confine, la Bisiacaria - da decadi oggetto di un dotto dibattito sulle sue supposte radici ancestrali, venete o friulane - è forse il luogo più atto a dimostrare l’esposto.
Per quattro secoli il Territorio, com’era chiamato allora, fu un lembo orientale del Patriarcato del Friuli. Monfalcone, la cittadella murata che compare col suo nome nelle fonti a partire dal Duecento, era la fortificazione che guardava il confine est dello stato ecclesiastico friulano. Attorno, una fertile campagna abitata da contadini e pescatori. I toponimi, mostrano gli studi di Maurizio Puntin, parlano slavo e ladino.
All’inizio del quindicesimo secolo il Territorio di Monfalcone è annesso da Venezia. La Repubblica non è certo una nuova presenza: oltre che nella prossima Grado, era assisa nelle acque davanti al Lisert con una sua fortezza marina – il Belforte – dalla fine del Duecento. A differenza del resto del Patriarcato, ormai parte della Serenissima in continuità territoriale allo Stato da Terra, il Territorio diventa una exclave, circondata da ogni lato da confini imperiali, che corrono sulla riva destra dell’Isonzo fino ad Aquileia e alla laguna. Guerre e pestilenze decimano la popolazione, Venezia pone rimedio portando genti da altrove, arrivando a offrire amnistie per attrarre coloni. All’inizio del Seicento vi si combatte pure una guerra, futile e cruenta, la Guerra di Gradisca. A quel punto la parlata è un dialetto veneto infarcito di friulano e sloveno: per intendersi, genti diverse parlano tra loro la lingua della koinè adriatica.
Nel 1741 il bernabita udinese Basilio Asquini dà alle stampe un’opera intitolata “Ragguaglio geografico storico del Territorio di Monfalcone nel Friuli”, dedicato allo storico e patrizio veneto Pietro Gradenigo. Il Territorio è allora un secolare dominio di Venezia: Monfalcone è una piccola città della Serenissima, e le campagne sono soggette – oltre che alla Chiesa – a patrizi veneti, unici proprietari terrieri in un mondo di pieno Antico Regime. L’agricoltura langue e la colpa, secondo Asquini, è innanzi tutto dei suoi abitanti, affetti dalla «scioperatezza connaturale a tutti gli abitatori de’ paesi fecondi», i quali affidano le loro speranze alla «ubertà del terreno» e «nulla di loro industria vogliono apporre».
Al chierico la cosa non va a genio. Più avanti, nel trattare l’argomento della pesca e i dei suoi annessi feudali, riprende la reprimenda. Dice che il popolo delle campagne non può pescare sull’Isonzo, fiume gravato da diritti di nobili e cittadini, ma che diverso è il discorso per il mare, «ove a chiunque degli abitanti è permesso di tentar la sua sorte». Questo «gran comodo» di cui «va il volgo privilegiato», ovvero «potersi con molta agevolezza provedere di parte del vitto», è per Asquini la ragione di due mali.
Il primo, ci spiega, è «che per andare di soverchio in traccia de’ pesci si trascura l’agricoltura». Il secondo son le malattie che deriverebbero al volgo dallo stare in mare, attirandosi in petto «l’aria corrotta delle adiacenti paludi», che li tinge di «un molto ingrato colore». La piaga malarica degli abitanti del Territorio è dovuta alle zanzare che infestano i loro villaggi e non certo all’andar per mare, ma qui Asquini svela qualcosa di significativo su «questa gente»: ci dice che «Uomini, Donne, Fanciulli» stanno «giorno e notte in marina, massimamente l’Estate» a pescare. Pur riprovandone la condotta, ammette che durante la grave carestia dell’anno precedente (1740), gli abitanti del Territorio furono benedetti dalla Provvidenza con un’abbondante pesca di sgombri, potendo «con invidia di molti altri abitatori del Friuli, con poca fatica, e niun dispendio, agevolmente trionfar della fame».
Il microcosmo sarà presto stravolto dal tardivo giungere della Modernità. Già alla fine del ‘700, spiega Furio Bianco - da poco mancato - in “Alle origini dell’industrializzazione: Monfalcone e il Territorio. Dall’economia rurale allo sviluppo manifatturiero” (Edizioni della Laguna, 1988), alcuni sparuti proprietari si scoprono sensibili al nuovo vento che spira da Occidente e s’industriano per mettere a profitto la terra, con bonifiche e risaie. Ma Venezia al tramonto è arcaica. Sarà la Rivoluzione francese ad affermare davvero i nuovi principi, sulla punta delle baionette, salvo poi lasciare agli Asburgo il non facile compito di amministrarli: alla fine dell’impresa napoleonica il Territorio passa stabilmente all’impero, assieme alla Bassa e al Friuli orientale, e viene inquadrato nell’ordinamento del Litorale austriaco.
Nel corso dell’Ottocento i residuati medievali sono sradicati, le mura di Monfalcone vengono abbattute nel 1838. S’interrano le rogge, si bonifica e s’irriga la campagna, i beni comuni sono acquistati a basso prezzo dai possidenti. Nel 1837 l’abate Leonardo Brumati annota a margine di un suo lavoro una delle prime poesie in dialetto bisiàc, rinvenuta dal poeta e studioso Silvio Domini, in cui lamenta l’effetto che le nuove risaie volute dai signori stanno avendo sul popolo: Parché al paron, l’è sempre lu che al vinze e intant al por / al à magnà le vache e al so lavor. L’agricoltura viene portata al passo con i tempi, il paesaggio muta, contadini e pescatori vengono trasformati in proletari. Nella seconda metà del secolo verranno messi a frutto, con l’apertura delle prime fabbriche.
La modernizzazione economica non s’accompagna a quella politica: l’Austria rimane un impero d’Antico Regime, che alberga nel suo seno tendenze divergenti e contrarie rispetto a quelle del moderno. Il borghese del Territorio, in sintonia con i suoi modelli di città, risente allora il fascino delle nuove idee nazionali. La plebe perlopiù resta fedele alla sua Chiesa e quindi, come nel resto dell’impero, coltiva sentimenti lealisti: in parrocchia s’insegna il rispetto per il benevolo Padre dei popoli. A farsi strada fra mezzadri e operai è semmai un’altra predicazione che promette nuovi cieli e nuova terra: il socialismo.
Agli inizi del Novecento quando, al culmine del processo di industrializzazione del Litorale, l’impero insedia a Monfalcone il suo principale cantiere navale – nel 1908 –, i lavoratori entrano in sciopero a dieci giorni dall’apertura. L’imprenditoria triestina finanziata da Vienna confidava nell’attitudine delle genti agricole, che s’auspicava più mansueta rispetto al proletariato già politicizzato di Trieste e Muggia. Quel che succede è che il nuovo cantiere diventa un epicentro per lavoratori provenienti da tutto il golfo, dall’altipiano e dalla bassa friulana, e vi si radicano i più vari orientamenti socialisti e anarchici. È allora che la Bisiacaria diventa il caso non comune di un’area di proletariato industriale in sostanziale assenza di borghesia urbana, nel contesto più ampio di un impero sovranazionale a portata di strada ferrata.
Come riporta Luca Meneghesso nel suo studio sull’anarchismo a Monfalcone, nel 1912 un cronista piemontese dell’Avanti così scrive di una manifestazione: «Il comizio pareva anche un congresso di razze: la massa degli operai italiani, era screziata da caratteristici tipi di croati, tedeschi, russi, francesi, inglesi, nord americani, neri e mulatti».
Quando, dopo le immani distruzioni della Grande Guerra, la Patria auspicata da idealisti e liberali si affaccia al cantiere, il suo volto è quello repressivo dell’amministrazione militare e delle squadracce fasciste finanziate dal padronato, che presto porterà la camicia nera. Da subito le autorità vedono l’impianto come un focolaio di soviettismo e agiscono di conseguenza. Come si addice alla «rude razza pagana», l’epopea antifascista del cantiere degli anni Venti e Trenta è narrata nel sobrio linguaggio dello storico da Galliano Fogar nell’inestimabile opera “L’antifascismo operaio monfalconese tra le due guerre” (Vangelista, 1982).
Qui la resistenza non è la scelta di pochi. Gli storici molto hanno scritto delle vicende della Seconda guerra mondiale, della nascita della Brigata proletaria, della battaglia di Gorizia e di come le sorti dei partigiani del Monfalconese si intrecciarono con la resistenza jugoslava. La liberazione di Monfalcone dai nazisti avviene il 1 maggio del 1945 da parte della brigata Garibaldi-Trieste e della slovena Ivan Gradnik, in un sentire di segno contrario a quello di altre parti del Litorale. A testimoniare la buona fede è l’odissea del 1947, quando duemila lavoratori partono dal cantiere per costruire il socialismo in Jugoslavia, scelta pagata a caro prezzo nella rottura fra Tito e Stalin. Per due racconti di quelle vicende, si consigliano “La Farina dei partigiani” (Alegre, 2020) di Piero Purich e Andrej Marini e “Una cosa oscura, senza pregio” (Alegre 2019) di Andrea Olivieri.
L’Italia con cui il proletariato bisiaco può far pace è la Repubblica nata dalla resistenza. Il cantiere con la sua storia diventano un mito fondante, amministrato con oculatezza dal Pci nei «trent’anni gloriosi» dai Cinquanta ai Settanta: liturgie, parrocchie, Padri dei popoli con corredo d’eretici, utopisti. Uomini, Donne, Fanciulli.
Per tanta parte delle genti che abitano il territorio e per quelle che vengono a stabilirvisi, in questa vicenda di periodici ricambi di popolazione, il lavoro al cantiere è il cardine identitario che li lega al luogo. Nei decenni genera istrobisiachi, apulobisiachi, sardobisiachi, campanobisiachi e via dicendo. Gli sloveni in Bisiacaria ci sono già, da sempre (si rimanda a “Capire il confine” - Bottega Errante 2024 - dell’antropologa Giustina Selvelli per uno sguardo contemporaneo su quest’area).
Il meccanismo si spezza quando il grande mondo determina che quella storia è finita, nel triennio ’89-’91: l’Occidente smantella le sue fabbriche e delocalizza. Laddove la fabbrica non si può smantellare, come a Monfalcone, delocalizza la forza lavoro. Negli anni Novanta il lavoratore rimasto è accolto nell’abbraccio del borghese-massa, e si dissolve il punto di vista di parte. Resta l’amianto.
Dovranno passare cent’anni dalla fine della Grande Guerra perché a Monfalcone si cerchi di obliare le tracce di questa contraddizione, affermando il discorso della Nazione secondo i crismi urbani della Venezia Giulia. Eppure, lo sa bene chi frequenta il materialismo magico dello scrittore di Selz, Francesco Boer, le storie abitano sempre i luoghi in cui si svolsero, come spettri.
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