L’arte di Pasolini in mostra: i paesaggi e l’inquietudine che diventa ritratto

L’iniziativa in provincia di Siena accende i riflettori sulla pittura dell’intellettuale tra opere grafiche, quadri dedicati ad amici illustri come Zigaina, Zanzotto, Callas e immagini di sé in cui si avvertono senso di estraneità e amore disperato per la vita

Franca Marri

Un primo, importante tentativo di leggere la complessa personalità di Pier Paolo Pasolini (morto nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975) anche attraverso la sua pittura era stato compiuto nel 2022, nel centenario della nascita, dall’esposizione alla Galleria d’Arte Moderna di Roma su “Pasolini pittore”. Eppure, dell’autore che è stato poeta, scrittore, saggista, regista, la dimensione della pittura rimane ancora quella meno indagata e conosciuta. Ora gli spazi dell’Antica Grancia di Serre di Rapolano, splendido borgo immerso nella campagna senese, ospitano la mostra “Pasolini. Pitture, Paesaggi, Persone”, curata da Daniela Ferrari e Riccardo Maria Balzarotti.

La sede era un’antica fattoria fortificata adibita a granaio e centro di produzione agricola appartenente all’Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena, oggi importante complesso museale. Ed essendo un luogo testimone dell’evoluzione di un territorio, di una società e di una cultura rurale quale quella che osservava ai suoi tempi lo stesso Pasolini, ben si presta a dialogare con il suo pensiero incentrato sull’uomo e la natura, sui valori della terra e la sacralità dell’esistenza.

Dopo una prima sezione dedicata alla sua biblioteca con prime edizioni e altri materiali provenienti dal Gabinetto Vieusseux di Firenze, viene approfondito il rapporto dell’autore con il paesaggio attraverso documenti, fotografie, riviste e ulteriori pubblicazioni.

L’ampio spazio dedicato alle opere grafiche e pittoriche propone una serie di paesaggi, autoritratti, ritratti di amici e persone a lui vicine tra le quali spicca il “maestro” Roberto Longhi, determinante nella formazione del suo sguardo. All’Università di Bologna le lezioni di Longhi seppero trasmettere al giovane Pasolini un profondo rigore critico, l’amore per la luce contrastata del Caravaggio e la nitidezza volumetrica dei maestri trecenteschi e del primo Rinascimento come Giotto e Masaccio. Una sensibilità figurativa che alimentò da subito la sua pittura, per poi influenzare la composizione e le inquadrature del suo cinema.

In mostra una caricatura disegnata con pochi, efficaci tratti da Pasolini nel ‘75 rimanda al ritratto fotografico di Longhi pubblicato sul cofanetto della raccolta dei suoi scritti uscita nei “Meridiani”. Subito accanto viene esposto il ritratto pittorico dello stesso storico dell’arte, dai toni vagamente espressionisti realizzato da Adriana Pincherle, sorella maggiore di Alberto Moravia, ultima erede della Scuola romana.

Altri disegni ritraggono Alberto Arbasino alla macchina da scrivere, Andrea Zanzotto, Giuseppe Zigaina e Maria Callas. Il profilo di quest’ultima, in particolare, viene ripetuto più volte su un unico foglio all’interno di una griglia di riquadri tali da ricordare quasi la serialità dei ritratti di Warhol.

Vari sono gli autoritratti, a pastelli colorati e grafite o a pennarello, o ancora ad olio come l’“Autoritratto con vecchia sciarpa” e con il fiore in bocca, giocato su un alternarsi di colori vivaci e linee di contorno bianche a delineare i tratti essenziali del suo volto come gli zigomi alti e marcati, la fronte ampia, lo sguardo sfuggente e preciso al tempo stesso. Malinconici e teatrali insieme, ognuno di essi pare tradire un senso di estraneità, il suo isolamento, l’inquietudine esistenziale, l’amore disperato per la vita. Anche perciò, dopo aver incrociato quegli sguardi, sconcerta, inquieta e commuove l’unico disegno astratto in cui a ripetersi sono motivi di linee sovrapposte e accostate, curve e rette, con a margine la scritta autografa: «Il mondo non mi vuole più e non lo sa».

Sul tema del paesaggio i primi disegni su carta e oli su tela realizzati a Casarsa risalgono al ’43. Dello stesso anno è un dipinto su faesite con delle case e una barca sul verso, il volto di un ragazzo con una piuma in mano sul recto. Sempre su fronte e retro di una tela l’autore dipinge altri due paesaggi uno dei quali ha nella parte superiore un volto maschile come a suggerire un’intima unione tra anima, corpo, luogo, natura.

Sulla laguna di Grado, quando gira gli esterni del film “Medea” sull’isolotto di Mota Safon, Pasolini disegna barene, pali e reti da pesca, alla ricerca del sacro, di quella “religione delle cose” che evoca un eterno mitico e quotidiano insieme. Realizzate tra il ‘69 e il ‘70, sono tecniche miste che raccontano suggestioni, impressioni, umori e atmosfere sospese tra cielo, acqua e sabbia.

Accanto a questi lavori le acqueforti dell’amico Giuseppe Zigaina, di qualche decennio successive, offrono visioni più drammatiche del medesimo paesaggio, riletto in forma di “anatomie” complesse dove la laguna diventa “topos della propria esistenza”, come scrive Francesca Agostinelli in catalogo.

Completa il percorso “Omelia contadina”, cortometraggio del 2019, ideato dall’artista francese JR e dalla regista Alice Rohrwacher. Ambientata sull’altopiano dell’Alfina, inscena il funerale simbolico della civiltà contadina a denunciare l’avanzata delle monocolture intensive e l’abbandono della terre. L’opera si ricongiunge sia alla memoria agricola della sede museale, sia alla riflessione pasoliniana sulla “mutazione antropologica” riferita alla trasformazione radicale dell’Italia del boom economico e alla conseguente perdita della purezza della civiltà contadina.

L’esposizione, promossa dal Comune di Rapolano Terme con Fondazione Musei Senesi, Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Vernice Progetti Culturali, Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux e Archivio Giuseppe Zigaina, è accompagnata da un catalogo edito da Sillabe e sarà visitabile fino al 10 gennaio.

Riproduzione riservata © Il Piccolo