Non cercare l’ispirazione, tanto sarà lei a trovarti (ed è merito di una città)

Una pausa pranzo si evolve in una vibrante dichiarazione d’amore. Amanda, scettica pittrice, si riscopre stregata dall’energia travolgente del luogo che la ospita, un labirinto di pura creatività. L’estratto del libro di Chiara Gily, tra i protagonisti alla Book Week di Gorizia

Chiara Gily
Un dettaglio della copertina del libro, realizzata da Chiara Brambilla
Un dettaglio della copertina del libro, realizzata da Chiara Brambilla

Su gentile concessione della casa editrice pubblichiamo un estratto dal romanzo “Baciamo al Caffè Napoli” di Chiara Gily (Mondadori). Sarà presentato sabato alle 17 nel Palazzo De Grazia (via Oberdan, Gorizia) da Chiara Cassan. Qui il link per iscriversi gratuitamente

La scrittrice Chiara Gily
La scrittrice Chiara Gily

«Perché sei venuta a vivere a Napoli?». Siamo sedute nel retrobottega, il negozio è chiuso in pausa pranzo e Amanda e io abbiamo riscaldato al microonde gli avanzi dello speed date di ieri sera.

Il risotto ai funghi porcini e gamberi si è mantenuto al dente e la parmigiana di zucchine, provola e besciamella della rosticceria è buona come quella fatta in casa.

Mila è impegnata in una call con la sua gallerista di Los Angeles e Alice è stata chiamata dal nido perché Atena aveva qualche linea di febbre. Da brava ipocondriaca, è scappata dal negozio mentre stava ancora parlando con l’educatrice, neanche le avesse detto che la figlia era in pericolo di vita.

 

«Stai tranquilla, chiamano anche per uno starnuto» ho cercato di rasserenarla, ma era già in macchina per sfrecciare in direzione nido. Forse ha anche sventolato un fazzoletto bianco fuori dal finestrino.

 

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«A dire il vero, io qui non ci volevo venire. Con tutto quello che si sente di questa città, mai avrei pensato di trasferirmi. E poi, sai, noi fiorentini siamo sciovinisti, non consideriamo nessun posto all’altezza di Firenze, che è culla della cultura e dell’arte, non solo italiana ma del mondo.»

Mi sarei aspettata una risata autoironica, ma la sua espressione resta compita. «Ma per il tipo di scuola che voglio frequentare, Remondini è la migliore e c’è solo a Napoli. Quindi sono stata in qualche modo costretta.»

Lo dice senza scomporsi, leccandosi i baffi dopo aver finito la sua porzione di parmigiana.

“Però la cucina qui non ti fa poi così schifo, eh?” mi verrebbe da replicare, ma è meglio che mi concentri sul mio risotto, altrimenti mi viene il mal di stomaco. Certi preconcetti su Napoli mi fanno imbestialire. Perché ne sono stata vittima io per prima e ho finito per farmi influenzare talmente tanto che vent’anni fa ho deciso di lasciarla.

«Poi è successa una cosa strana, subito dopo essere arrivata. Forse non era passata neanche una settimana. È come se mi si fossero aperti gli occhi, Lidia.»

«In che senso?»

«Napoli mi si è offerta in tutta la sua essenza. Non si è fatta desiderare, non è come quelle città altezzose che non ti danno la possibilità di conoscerle. Lei, al contrario, ama essere svelata, toccata, annusata, percorsa, mangiata. C’è talmente tanto, a Napoli, che è impossibile non sentirsi avvolti e abbracciati. È come una madre che, quando ti mette al mondo, ti lascia una parte del suo DNA. Dopo che hai vissuto a Napoli, te ne porti sempre dietro un pezzettino

Credo di non aver mai ascoltato una dichiarazione d’amore così forte per un uomo o una donna, figurarsi per una città. Non c’è enfasi nelle sue parole, scandisce e traduce i suoi pensieri in modo così lineare che non mi sento di aggiungere nulla. Chissà se il mio viso sta parlando, invece. Le direbbe che Napoli è così magica solo per chi ha gli occhi pronti per coglierla, quella magia.

«Nelle altre città in cui sono stata mi sono sempre sentita smarrita. Hai presente quando sei a una cena e, nonostante i tuoi sorrisi e le buone intenzioni, vieni rifiutata, quasi “sputata”? Come se quello che offri fosse insapore o, peggio, ama- ro. A Napoli è il contrario, perché è lei che ti invita ad accomodarti alla sua tavola.»

La guardo, in silenzio. E quello che dice mi arriva dritto nella pancia.

«E poi non riesco a immaginare un posto migliore per un pittore. Perché in una stessa strada puoi cogliere umanità molteplici. Non hai bisogno di trovare l’ispirazione, è l’ispirazione a bussare alla tua porta; ti guarda e ti rimprovera se ti impigrisci: “Ma che fai, non stai dipingendo? E tu mi vuoi sprecare così?”.»

«Credo che mio padre pensasse la stessa cosa, sai?» le dico ricordando l’urgenza che avvertiva quando restava chiuso anche tutta la notte in bottega perché doveva finire un quadro. «Solo che non lo avevo capito fino in fondo, me lo hai spiegato tu adesso.»

Il suo sguardo si perde nel vuoto, come se le avessi detto qualcosa che l’ha impensierita.

«Bene! Pausa finita» dichiara all’improvviso. «Vado a preparare i pacchi perché alle cinque passa il corriere. Questa settimana c’è stato un boom! Le stampe slovene sono andate a ruba, mi sa che serve fare rifornimento.»

Si alza e si pulisce le mani sui jeans scoloriti che le stanno a pennello. Conosco solo una persona a cui questo modello sta così bene, ed è Cice. Il maglione over che indossa ha un profumo buonissimo che sa di miele, cuoio e incenso.

«Amanda?» la chiamo prima che si avvii nella sala principale del negozio. «Ti va se un giorno di questi mi fai vedere qualche tuo quadro? Possiamo provare a venderlo al Caffè Napoli. Ovviamente non prenderemmo nessuna percentuale, ti faremmo solo da vetrina.»

«Ma io, veramente...»

«Solo se ti fa piacere, non ti sentire in dovere solo perché lavori qui.»

Corre ad abbracciarmi. Restiamo qualche secondo in silenzio, fino a quando i nostri occhi si incrociano e vedo i suoi inumidirsi.

«Vado a fare i pacchi, sennò poi si fa tardi.»

«E io finisco l’inventario con i nuovi vestiti che ci sono arrivati da Londra, così poi Mila li fotografa e li carico sullo shop.»

Mi alzo anche io, butto i piatti di carta e bevo una sorsata d’acqua prima di sciacquare i bicchieri.

Avrei proprio voglia di una bella tazzina di caffè, di quelle che si bevono solo in bottega.

«E se mettessimo su la cuccuma, prima di cominciare?» esclama Amanda, come se mi avesse letto nel pensiero.

«E che ne sai che si chiama così?» le chiedo sorridendo.

«Lidia, io osservo. Secondo me, per imparare le cose, basta sempre e solo osservare.»

 

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