Bookweek a Gorizia, la forza degli errori che illumina la vita

Il monologo di Galiano nell’ultimo giorno di festival. Gli insulti di un maleducato e la scelta di seguire i desideri: ai Giardini pubblici l’elogio dell’unicità di ognuno di noi

Fabrizio BrancoliFabrizio Brancoli
(foto Daniele Tibaldi)
(foto Daniele Tibaldi)

La scena si svolge all’interno dell’osteria La Torre a Villanova di Pordenone, nel primo decennio degli anni duemila. C’è un cameriere trentenne e, pressoché inevitabile, un piatto di frico portato in tavola. Il cliente non gradisce: manca il rosmarino, mancano altre cose. Non sembra esattamente una questione di vita e di morte, ma lo diventa, nel senso che il cliente alza i toni e passa agli insulti. «Sei un buono a nulla, adesso vado a parlare con il proprietario e ti faccio licenziare».

Il cameriere si sente umiliato; si rifugia in bagno, piange e poi fa una cosa: fissa il suo volto, nello specchio. «Mi sono chiesto: ma io che cosa voglio davvero, nella vita? Non certo questo. Da lì è cominciata una mia storia diversa. Il giorno dopo ho iniziato a mandare mail alle scuole – si chiama Mad, messa a disposizione – e due settimane dopo è arrivata la prima chiamata per una supplenza. Mi hanno convocato alle medie e mi sono trovato davanti una classe di selvaggi. Casi umani, a prima vista irrecuperabili. Ma non lo erano! E ho capito una cosa fondamentale: una scelta giusta è quella per la quale, anche quando arrivano i problemi, senti che in qualche modo ti piace».

Il cameriere apostrofato nell’osteria con quella rudezza è Enrico Galiano; oggi ha 49 anni ed è uno dei più noti insegnanti, scrittori e divulgatori italiani. «A quell’uomo devo tutto perché mi ha costretto a cambiare la mia vita orientandola su ciò che desidero», riflette sul palco di Bookweek Gorizia Capitale, presentando il suo ultimo libro, “Il cuore non va a dormire”.

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Nel verde dei Giardini pubblici circa centocinquanta persone ascoltano quello che di fatto è un monologo teatrale, dai contenuti circolari, che si apre con l’invito a scattare una foto e poi si sviluppa come un inno all’unicità dell’individuo, alle imperfezioni, ai percorsi fatti di errori, esperimenti esistenziali, deviazioni e deragliamenti. Per poi tornare al messaggio di partenza: tu sei una creatura irripetibile.

Una figura chiave di questo viaggio si chiama Fioremisto. O magari è Fiore Misto, con un nome da saggio guerriero Apache? È un collega più esperto. Il professore che introduce Galiano all’arte contemporanea dell’insegnamento, fatta di Salvatori nichilisti, di Chiare con i voti troppo alti per essere felici, di Ludovichi e Anite pieni di talento che però alla fine si accontentano di fare una vita meno aderente alle loro potenzialità (sei finito in banca pure tu, cantava Venditti).

D’altronde Ludovico scriveva bene ma ha scoperto che pochi scrittori vivono della scrittura. E questo in un festival di libri fa un po’ soffrire, ecco. «In vent’anni nella scuola pubblica italiana ne ho viste di cose. Mi scrivono Imbocca all’upo, l’aradio. E molto altro. Ma mai ho potuto dire: questo studente non è speciale».

Il Grande Capo Fiore Misto gli traccia una strada, perché porge delle domande agli studenti. Domande anche apparentemente insignificanti, come “qual è il tuo numero di scarpe”. Ma il punto è che i ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati, vogliono che la loro storia interessi a qualcuno.

Galiano è una delle punte del programma dei tre giorni di Gorizia, che nella giornata finale ospitano anche Ivana Suhadolc con un memoir familiare intenso tra amore e dramma, Luca Vignaga che svela le dinamiche della letteratura d’impresa e il binomio Massimo Gaggia-Tamara Jadrejcic per esaminare le turbolenze statunitensi.

I verdi giardini vicini alla casa del grande Demetrio Volcic, così come le altre sedi di una Gorizia morbida e accogliente, sono diventati un’agorà; uccellini cinguettano, fontane zampillano, foglie danzano nel vento leggero e c’è una gelateria buonissima, non si sa davvero che cosa si possa volere di più.

Infatti il festival chiude con 2.100 iscrizioni, alle quali si può tranquillamente aggiungere un +30% di presenze che hanno affollato gli incontri in aggiunta a quelle registrate. Il prossimo anno ci sarà il tris, si può starne certi.

Nel passaggio più interessante Galiano ci ha parlato di una cerva. Nelle Metamorfosi di Ovidio c’è questo Ciparisso, che ci assomiglia un bel po’. Apollo se ne innamora e gli regala una cerva. Quando Ciparisso sta accanto a quell’animale, si sente più veloce più felice, più tutto. Ma un giorno la uccide per errore, lanciando il suo giavellotto.

Così si blocca, entra in depressione “non risponde più agli amici su whatsapp”, scherza lo scrittore. Decide di lasciarsi morire. Apollo, mosso a compassione, lo trasforma in un albero, Ciparisso = cipresso. Come abbiamo fatto a non pensarci? E la resina dono le lacrime di quel giovane sfortunato. «È il lutto peggiore, quando tu perdi te stesso. Perdi ciò che ti rende unico».

La sua cerva è morta, purtroppo, ma la tua è ancora viva, magari. È lì che ti sta chiamando. Rappresenta ciò che ti tiene attaccato alla vita. Prenditene cura.

 

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