Mina, i baci, il jazz. Così la Bookweek Gorizia racconta la seria arte della leggerezza
I retroscena dei successi editoriali, il valore dei legami umani e il timore dell’acqua tiepida: gli ospiti del festival si confessano nella seconda giornata del festival. Ritmo e scorrevolezza, i due miraggi di ogni scrittura

Anna Brancata, la mamma di Luca Bianchini, nella sua Tunisi, guardava Canzonissima ed era una fan di Mina. Anche preso solo così, in purezza, è materiale perfetto per una storia da romanzo. Mina, così carismatica e innovativa, era l’idolo delle “ragazze di Tunisi”, parenti e amiche, originarie della Sicilia ma trapiantate lì. Per seguire Canzonissima in bianco e nero le ragazze camminavano per tre chilometri, raggiungendo la casa di uno zio con dotazione speciale, perché era l’unico a possedere un televisore. La signora Brancata aveva pure trovato un indirizzo postale per scrivere a Mina, e lo utilizzò, per chiedere due cartoline con autografo (per lei e per una sua amica). Arrivarono, puntuali, dopo alcuni mesi.

Luca è uno scrittore “da migliaia di copie”: così lo presenta Alex Pessotto ai Giardini pubblici di Gorizia, davanti a una bella platea. Un giorno, a Milano, gli capita di incontrare Benedetta Mazzini, la figlia di Mina. I due si mettono a conversare amabilmente, si fa per dire, perché lui ha in mente Canzonissima, gli autografi per posta e la tv guardata dall’alta Africa; e insomma si distrae, è confuso. Benedetta accenna a una storia sulla sua mamma – cioè Mina, vale la pena ribadirlo – e lui per tutto il tempo cerca di assumere la giusta postura per non fare il provinciale, il troppo emozionato. Il risultato finale è il seguente, riassunto da una frase del diretto interessato: «Mi ha raccontato un aneddoto su Mina, probabilmente bellissimo, e io non ho ascoltato una sola parola».
Che cos’è la leggerezza? Uno scrittore che svela, divertito, i suoi scivoloni in società; e il legame tra le mamme e i figli adulti, che tanto, per loro, non sono adulti mai. Bianchini parla in piedi perché non riesce a fermarsi né a sedersi; il pubblico è composto da donne per un buon 80%. Lui gigioneggia. Dispensa qualche dritta editoriale. «C’è un retroscena sul mio mestiere. Quando leggete un libro e pensate che è “scorrevole”, in realtà quella scorrevolezza non è naturale, è frutto di tante riscritture, cosa che amo. I ritocchi sono come l’apparecchiatura dopo che hai cucinato una cena per gli amici. Sono importanti per un giudizio. Come le olive in tavola». Confessioni di un autore di successo. «Per scrivere devi prima riposarti; e devi darti una disciplina. Solo che io non lo faccio! Mi sveglio bene e presto ma poi perdo tempo, devo capire come sta Sinner e guardare i video buffi, devo farmi da mangiare. Poi, prima dell’aperitivo, rimedio, corro e produco un capitolo intero». Consigli: «Se scriverete una storia ispirata a personaggi veri, anche se deceduti, sappiate che essi si sono riprodotti». Gli eredi potrebbero non gradire certi dettagli. La mamma, quando legge il manoscritto di “Le ragazze di Tunisi”, gli dice: «Meno male che la nonna Maria è già morta». C’è tanta ironia, dolce e caustica al tempo stesso.

Nel sabato della leggerezza di Bookweek Gorizia Capitale, scopri che la leggerezza non è neppure lontana parente della superficialità. E quindi è necessaria. Chiara Gily fa svolazzare il suo “Baciami al Caffè Napoli” in una città che per lei è famiglia e casa. «Parlo di Napoli anche un po’ per chiederle scusa», dice nel bellissimo cortile interno del palazzo De Grazia, stimolata dalle domande di Chiara Cassan. Il Caffè Napoli… non è un caffè. «È un luogo diverso, un rigattiere un po’ scalcagnato dove si offriva il caffè a tutti, e dove circolava tanta disponibilità al rapporto con gli altri. Un posto dove entri e stai bene e dove i rapporti non funzionano con quell’odiosa formula che si usa oggi, il win-win, nella quale regna il principio che ti fa dire “e a me che me ne viene? ” in ogni circostanza».
Chiara sostiene che tutti noi siamo scarti di qualcuno e accettati da qualcun altro. Nella sua trama tre amiche in piena sorellanza, imperfette e quindi umane, si muovono tra esigenze, sogni e ammaccature della vita. Lei è di Napoli e vive a Trieste, due città non così differenti come sembra, dice, ed entrambe presenti nel romanzo. Ma non è una storia autobiografica: attinge sentimenti da porzioni di realtà, ma senza personaggi reali. Lidia, che eredita il Caffè Napoli, reagisce a una vita consapevolmente inerte, «è un’antieroina, è la mia paura dell’acqua tiepida, la paura di accontentarmi».
La leggerezza è una cosa seria. A suo modo ha a che fare con la musica. A Bookweek Gorizia Capitale, in mezzo a un sabato che è già estate, Marco De Giorgio disquisisce di jazz e letteratura, sollecitato da Margherita Reguitti: ritmo, variazioni, fughe come se fosse una jam-session di parole. Charlie Bird Parker, le radici blues, Miles Davis che è come Picasso, Pavese che scrive di sax. Un viaggio magnificamente irregolare tra i binari sconnessi e non prevedibili di questi generi aperti. Chi, oggi, scrive romanzi in modo jazz? De Giorgio ci pensa un attimo e poi sceglie Toni Morrison. «Giusto, ma avrei fatto il nome anche di Ellroy», dirà Marco Gavazzeni, scrittore tra gli spettatori, arrivato a Gorizia per presentare il presentatissimo “I cecchini del weekend” sull’incredibile, angosciante storia di chi andava a Sarajevo come a una battuta di caccia, per un atroce tiro al bersaglio degli esseri umani. E questo con la leggerezza davvero non c’entra.
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