Brutalismo triestino: Rozzol Melara in un videoclip dell’ultimo disco dei Laibach
Il complesso compare nel video di “Fluid Emancipation”, in delle scene tratte dal film “Fantasy” (2025) della regista sloveno-macedone Kukla

C’è un goccio di Trieste nella siringa di “Musick” che compare sulla copertina dell’ultimo disco dei Laibach. Il gruppo sloveno originario di Trbovlje, una garanzia di irriducibile eversione fin dalla fondazione nel 1980, ha sfornato per il 2026 l’ennesimo disco che suona come una glossa al presente, dieci tracce cupamente pop dedicate al ruolo dell’industria musicale. Il titolo vi gioca creando una crasi tra le parole inglesi “music” e “sick” (malato).
È nel videoclip della canzone “Fluid Emancipation”, che Trieste compare: diverse scene del video, infatti, sono state girate nel complesso di Rozzol Melara. Sono tratte dal film “Fantasy” (2025) della regista sloveno-macedone Kukla. Il mega-condominio non è certo nuovo al genere: se nel 2004 era stato il cantante dei Litfiba Piero Pelù il pioniere del genere, con il videoclip della sua canzone “Dea Musica” girato integralmente a Melara, più di recente altri musicisti sono tornati sul luogo del delitto, nella fattispecie Mahmud nel 2024 per il video di “Tuta Gold” e il gruppo k-pop Ive per la loro “Bang Bang”.
Il passaggio dei Laibach a Melara, però, è forse il più appropriato: è dagli inizi della loro carriera, quand’erano un gruppo dissidente che scandalizzava le gerarchie jugoslave con le sue divise e i suoi proclami, che i ragazzi di Trbovlje giocano con l’estetica totalitaria e il brutalismo. Agli esordi, poco dopo la morte del maresciallo Tito, erano un inquietante collettivo inguainato in divise nere che ricordavano inquietantemente quelle del Terzo Reich, il nome della band ricalcava il nome tedesco di Lubiana: la loro caratteristica era quella di non uscire mai dal personaggio, nelle interviste come nei concerti, rendendo difficile individuare la linea che separava, nelle loro uscite, la realtà dalla performance. Identificandosi appieno nel totalitarismo, i Laibach incagliavano il meccanismo della propaganda di regime chiedendogli di rispettare fino in fondo le sue stesse premesse. È il meccanismo che il filosofo Slavoj Žižek ha descritto come “sovra-identificazione”.
Nei decenni successivi la tetra ironia dei Laibach non ha risparmiato l’Occidente trionfante (vedasi la loro cover di “Life is life”) e ha anticipato l’orrore della guerra jugoslava, così come il ritorno dei nazionalismi nel mondo globalizzato. Ora, quando il presente sembra realizzare anche le sue più assurde provocazioni, il gruppo tinge di rosa le sue divise e sforna l’album più pop della sua storia, perfino orecchiabile. Tutto sommato è appropriato lo scenario brutalista nel video di questa formazione ex jugoslava venga dall’Occidente più prossimo alla vecchia Cortina di Ferro.
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