Le imperfezioni della bellezza: così ironia, arte e genetica riscrivono i canoni del gusto

Diana Hobel porta in scena lo spettacolo nato dal progetto di iconodiagnostica realizzato dall’ateneo. Appuntamento domenica alle 21 ai Giardini del Museo Sartorio

Federica Gregori
L’attrice Diana Hobel in scena con lo spettacolo Icone imperfette
L’attrice Diana Hobel in scena con lo spettacolo Icone imperfette

E se la Gioconda, anziché sorridere enigmatica, cominciasse a lamentarsi del suo colesterolo? O se altre celebri icone dell’arte, considerate per secoli esempi di bellezza e perfezione, prendessero la parola per raccontare difetti, fragilità, malattie vere o presunte che la scienza ha letto nei loro corpi dipinti? È da questa premessa, tanto surreale eppure rigorosamente scientifica, che nasce "Icone imperfette", lo spettacolo scritto e interpretato da Diana Höbel in scena domenica alle 21 ai Giardini del Museo Sartorio, a ingresso libero, nell’ambito di Trieste Estate.

Lo spettacolo, tutto esaurito lo scorso inverno in Sala Bartoli, è l’ultimo atto del progetto “Arte e genetica: la diversità come unicità”, ideato dal Dipartimento Universitario Clinico di Scienze Mediche, Chirurgiche e della Salute dell’ateneo triestino, con la responsabilità scientifica di Giorgia Girotto e finanziato dalla Regione Friuli Venezia Giulia.

Al centro c’è una parola forse poco conosciuta: iconodiagnostica. «Nasce negli Stato Uniti negli anni Ottanta - spiega Höbel - per aiutare giovani genetisti e giovani medici a sviluppare la capacità di osservazione utilizzando a questo scopo le opere d’arte. Attraverso l’osservazione di esse, infatti, i medici vengono allenati a riconoscere segni predittivi di malattie genetiche, a ipotizzarli. Non si tratta naturalmente di diagnosi certe, ma l’esercizio serve a sviluppare quell'abilità che potrà poi essere applicata nell’osservare i pazienti in carne e ossa».

E c’è anche un altro aspetto, non meno rilevante al centro del progetto e quindi, a caduta, anche dello spettacolo: «Attraverso l’apprezzamento della bellezza dell’opera d’arte - osserva ancora l’attrice - si può crescere nell’empatia nei confronti dei pazienti, nell’adottare un approccio umanistico».

Da qui il passo verso il teatro: Höbel costruisce inizialmente una parte più didattica, ripercorrendo attraverso le testimonianze di genetisti di generazioni diverse l’evoluzione della genetica, «dai primi passi fino a ciò che è possibile fare oggi attraverso la medicina che opera sui geni».

Poi, però, la scienza lascia spazio alla fantasia e sono le opere stesse a prendere voce. «Lascio che siano loro a parlare - spiega l'autrice - e a raccontarci, in maniera quasi sempre buffa e diversa, la loro vera o presunta malattia che è stata indagata dal genetista di turno».

Tra le "pazienti" illustri non poteva mancare lei, la più celebre di tutte: la Gioconda. «Pare avesse degli xantelasmi, piccoli accumuli di grasso che si formano sotto la pelle delle palpebre - racconta Höbel -. Piccole imperfezioni che potrebbero essere considerate un segno predittivo di ipercolesterolemia, di colesterolo alto: la perfezione per antonomasia, quindi, sembra avesse questo piccolo difetto sul volto».

È proprio l’idea di perfezione, più della malattia, a diventare il cuore dello spettacolo. Un concetto su cui l'autrice ha puntato molto, avendo acquisito sempre più urgenza in un’epoca ossessionata dal cancellare i limiti del corpo. «Abbiamo avuto i teorici della giovinezza eterna, dell’oltre-uomo, ora i multimilionari che investono capitali per superare i limiti della biologia umana», fino a tendere verso un'ipotetica sconfitta della morte. Di fronte a questa corsa verso l’umano perfetto, "Icone imperfette" sceglie invece la strada del difetto, della fragilità, e dell’ironia.

«Noi possiamo sicuramente, attraverso le terapie genetiche, studiare dei modi per guarire o aiutarci a convivere con le malattie - riflette Höbel - ma questo non significa cancellare ciò che ci rende umani. Tutto ciò che non è perfetto fa parte della perfezione dell’essere umano».

 

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