Le imperfezioni della bellezza: così ironia, arte e genetica riscrivono i canoni del gusto
Diana Hobel porta in scena lo spettacolo nato dal progetto di iconodiagnostica realizzato dall’ateneo. Appuntamento domenica alle 21 ai Giardini del Museo Sartorio

E se la Gioconda, anziché sorridere enigmatica, cominciasse a lamentarsi del suo colesterolo? O se altre celebri icone dell’arte, considerate per secoli esempi di bellezza e perfezione, prendessero la parola per raccontare difetti, fragilità, malattie vere o presunte che la scienza ha letto nei loro corpi dipinti? È da questa premessa, tanto surreale eppure rigorosamente scientifica, che nasce "Icone imperfette", lo spettacolo scritto e interpretato da Diana Höbel in scena domenica alle 21 ai Giardini del Museo Sartorio, a ingresso libero, nell’ambito di Trieste Estate.
Lo spettacolo, tutto esaurito lo scorso inverno in Sala Bartoli, è l’ultimo atto del progetto “Arte e genetica: la diversità come unicità”, ideato dal Dipartimento Universitario Clinico di Scienze Mediche, Chirurgiche e della Salute dell’ateneo triestino, con la responsabilità scientifica di Giorgia Girotto e finanziato dalla Regione Friuli Venezia Giulia.
Al centro c’è una parola forse poco conosciuta: iconodiagnostica. «Nasce negli Stato Uniti negli anni Ottanta - spiega Höbel - per aiutare giovani genetisti e giovani medici a sviluppare la capacità di osservazione utilizzando a questo scopo le opere d’arte. Attraverso l’osservazione di esse, infatti, i medici vengono allenati a riconoscere segni predittivi di malattie genetiche, a ipotizzarli. Non si tratta naturalmente di diagnosi certe, ma l’esercizio serve a sviluppare quell'abilità che potrà poi essere applicata nell’osservare i pazienti in carne e ossa».
E c’è anche un altro aspetto, non meno rilevante al centro del progetto e quindi, a caduta, anche dello spettacolo: «Attraverso l’apprezzamento della bellezza dell’opera d’arte - osserva ancora l’attrice - si può crescere nell’empatia nei confronti dei pazienti, nell’adottare un approccio umanistico».
Da qui il passo verso il teatro: Höbel costruisce inizialmente una parte più didattica, ripercorrendo attraverso le testimonianze di genetisti di generazioni diverse l’evoluzione della genetica, «dai primi passi fino a ciò che è possibile fare oggi attraverso la medicina che opera sui geni».
Poi, però, la scienza lascia spazio alla fantasia e sono le opere stesse a prendere voce. «Lascio che siano loro a parlare - spiega l'autrice - e a raccontarci, in maniera quasi sempre buffa e diversa, la loro vera o presunta malattia che è stata indagata dal genetista di turno».
Tra le "pazienti" illustri non poteva mancare lei, la più celebre di tutte: la Gioconda. «Pare avesse degli xantelasmi, piccoli accumuli di grasso che si formano sotto la pelle delle palpebre - racconta Höbel -. Piccole imperfezioni che potrebbero essere considerate un segno predittivo di ipercolesterolemia, di colesterolo alto: la perfezione per antonomasia, quindi, sembra avesse questo piccolo difetto sul volto».
È proprio l’idea di perfezione, più della malattia, a diventare il cuore dello spettacolo. Un concetto su cui l'autrice ha puntato molto, avendo acquisito sempre più urgenza in un’epoca ossessionata dal cancellare i limiti del corpo. «Abbiamo avuto i teorici della giovinezza eterna, dell’oltre-uomo, ora i multimilionari che investono capitali per superare i limiti della biologia umana», fino a tendere verso un'ipotetica sconfitta della morte. Di fronte a questa corsa verso l’umano perfetto, "Icone imperfette" sceglie invece la strada del difetto, della fragilità, e dell’ironia.
«Noi possiamo sicuramente, attraverso le terapie genetiche, studiare dei modi per guarire o aiutarci a convivere con le malattie - riflette Höbel - ma questo non significa cancellare ciò che ci rende umani. Tutto ciò che non è perfetto fa parte della perfezione dell’essere umano».
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