Carol Rama, pittrice scomoda tra le grandi donne del ’900

di CORRADO PREMUDA Il Novecento è stato, tra le molte altre cose, il secolo delle donne. Un secolo lunghissimo in cui il tradizionale ruolo assegnato al genere femminile cambia radicalmente, scardina...
Di Corrado Premuda

di CORRADO PREMUDA

Il Novecento è stato, tra le molte altre cose, il secolo delle donne. Un secolo lunghissimo in cui il tradizionale ruolo assegnato al genere femminile cambia radicalmente, scardina - spesso con ritmi fulminei - la struttura della famiglia e il mondo del lavoro riscrivendo da capo le regole in vigore nella nostra società. Un contributo cruciale a questo processo è stato ricoperto dall'arte, sia per la nuova immagine che gli artisti uomini danno della donna, con molte più sfumature che in passato, sia soprattutto per la discesa in campo delle artiste che inaugurano una stagione interessante della storia dell'arte e danno vita a un loro proprio immaginario. Lo ha confermato una delle migliori mostre italiane degli ultimi anni: "La Grande Madre", curata da Massimiliano Gioni nel 2015 al Palazzo Reale di Milano. Tra le artiste presenti c'era Carol Rama, figura di rilievo in questo percorso nazionale, artista controcorrente e scomoda la cui prima mostra, nel 1945 a Torino, venne chiusa dalla polizia per oscenità: in Italia le donne avrebbero ottenuto il diritto di voto solo l'anno dopo.

L'occasione per parlare di Carol Rama (1918-2015) è la mostra "La passione secondo Carol Rama" allestita alla Gam Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino fino al 5 febbraio, un evento di portata europea che, dopo aver debuttato a Barcellona nel 2014, ha girato per Parigi, Dublino e la Finlandia prima di riportare l'artista nella sua Torino.

Ma cosa c'era di così osceno in quella prima mostra di Rama? La risposta, come per molte altre grandi del Novecento, sta nella biografia: i disegni a matita e acquerello che fanno discutere ritraggono donne costrette in letti da clinica psichiatrica, nudi amputati degli arti inchiodati a sedie a rotelle, immagini in cui malattia ed erotismo si sfiorano e convivono e dove il disagio diventa santificazione.

La madre di Carol era stata ricoverata dopo il suicidio del padre. Ecco uno dei temi presenti anche nella retrospettiva torinese, ecco il primo schiaffo alla società conservatrice. Altri ne sarebbero arrivati negli anni, a partire da una personalissima raffigurazione del corpo femminile, brutale, inammissibile, che avrebbe contribuito a far trascurare l'artista per anni dalla storia dell'arte ufficiale. Certo a Carol non sono mancati amici ed estimatori tra i grandi nomi della cultura del secolo scorso: Pablo Picasso, Orson Welles, Man Ray, Andy Warhol, e Italo Calvino, Felice Casorati, Edoardo Sanguineti che le dedica testi e poesie tra cui alcuni versi esposti in mostra: “Amore ha nove capezzoli e un occhio, con ombelico e orecchio, in un ginocchio”. Ma la critica che conta stenta a riconoscerne il talento, anche quando lei accantona il figurativo per avvicinarsi all'astratto o quando crea i suoi "bricolage" mescolando macchie di colore con occhi di vetro, unghie e denti, o quando ancora utilizza pezzi di camere d'aria delle bibiclette per inventare opere rigorose e sorprendenti dal chiaro riferimento alle budella e alla pelle umane.

Nel suo appartamento con vista sul Po si ritrova la Torino che conta e la sua lunga treccia di capelli riavvolta intorno alla testa come una corona ne fa un personaggio curioso e chiacchierato, ma la vera consacrazione nazionale e internazionale arriva tardi, tra gli anni '80 e '90, fino al grande riconoscimento pubblico con il Leone d'oro alla carriera alla Biennale di Venezia nel 2003. Da qui la rabbia di Carol Rama, il suo sentirsi sempre inferiore a tutti, gli atteggiamenti bruschi e sfacciati usati per nascondere la timidezza e che rivelavano poi la grande umanità di una donna intelligente e brillante. Oltre alla bella retrospettiva alla Gam, in cui sono presenti anche alcuni pezzi del ciclo "Mucca pazza" dove protagonista è il corpo dell'animale, adesso è possibile visitare il suo appartamento. Certo in quella mansarda con le tende pesanti e gli oggetti sistemati teatralmente era molto più emozionante entrarci quando c'era la piccola donna con la corona di capelli bianchi, pronta ad accogliere l'ospite con una delle sue proverbiali battute, magari: "Il senso del peccato è il mio maestro".

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