C’era un medico di Trieste al Caffè Focolaio, prima linea contro le pandemie d’Europa
Francesco Pepeu viaggiatore, collezionista d’arte e fotografo

L'ambulatorio batteriologico a Ramnicu Sarat
TRIESTE C’è un medico triestino in prima linea nella lotta alle pandemie che flagellarono l’Europa nei primi decenni del Novecento. Il suo nome è Francesco Pepeu, viaggiatore, collezionista appassionato d’arte, fotografo amatoriale, come testimoniato dalle numerose donazioni ai Musei Civici, ma soprattutto scienziato che ha dedicato gran parte della propria vita alla lotta contro i “nemici invisibili” del suo tempo: la spagnola, il dermotifo, l’encefalite letargica, il vaiolo.

La sua vicenda umana e professionale è testimoniata da un graduale quanto incessante profluvio di immagini donate al Comune dal figlio Giancarlo, professore emerito di Farmacologia presso l’Università degli Studi di Firenze. Le immagini costituiscono una testimonianza significativa del mondo triestino, dei luoghi abitati e della rete relazionale connessa alla famiglia Pepeu.
Anno dopo anno, Pepeu figlio ha offerto i suoi doni ai sali d’argento, foto sciolte e album, premurandosi di avvertire che, se non ritenuti interessanti, potevano essere eliminati.
Nulla è stato scartato: tutto è stato raccolto, ripulito, condizionato in buste di carta acid free, archiviato nel deposito della Fototeca a temperatura e umidità controllata, catalogato, in gran parte digitalizzato e studiato. Le fotografie acquisite ricoprono un arco temporale compreso tra il 1860 circa e gli anni Trenta del XX secolo. Nel prossimo numero dell’Archeografo Triestino, infatti, la figura di Francesco Pepeu e il suo fondo fotografico saranno raccontati più estesamente in un saggio curato dalla responsabile della Fototeca.
Per l’accurata ricostruzione della storia del medico sono stati dapprima esaminati gli album di fine Ottocento dedicati ai ritratti, dove è palese l’intento di lasciare tracce di memoria agli eredi famigliari. Si è poi proseguito con quelli di viaggio, in cui lo scopo è fissare e conservare il ricordo dei luoghi visitati in Estremo Oriente come in India, da Delhi a Jaipur, in America, a Tobago, in Africa, in Eritrea (gli scatti africani sono conservati presso i Musei Scientifici). Nel Pepeu reporter prevale l’urgenza di rappresentare la propria lettura personale, le proprie impressioni ed emozioni della realtà osservata e delle popolazioni incontrate.
Il medico Francesco Pepeu nasce a Trieste nel 1887, dalla nobile Elvira de Reya Castelletto e dal ricco e affermato imprenditore Silvestro. Gli album ottocenteschi curati dalla madre, nel tentativo di non dimenticare e di non farsi dimenticare, rivelano i legami sociali e le amicizie, il terroir in cui cresce il giovane. Negli album di Elvira, accanto agli studi fotografici frequentati dall’aristocrazia e dalla ricca borghesia triestina, come Engel, Wulz, Sebastianutti e Benque, compaiono studi udinesi, veneziani, francesi, tedeschi e persino egiziani.
Dopo aver frequentato il Liceo Dante, Francesco studia e si laurea nel 1910 in Medicina e Chirurgia a Vienna, dove diventa Presidente del Circolo Accademico italiano di Vienna. La multiculturalità triestina trova riscontro anche nell’attività professionale di Francesco che effettua le prime esperienze lavorative negli ospedali istriani, austriaci, italiani ed è poi assunto all'Ospedale Maggiore sino allo scoppio della guerra. Richiamato come medico di battaglione nei Carpazi, viene trasferito in un ospedale delle retrovie per la cura del vaiolo e del tifo esantematico. Nel 1917 dirige il laboratorio batteriologico e di profilassi delle malattie infettive di Ramnicu Sarat, in Romania, dove assiste alla comparsa della Spagnola.
Tornato a Trieste, Francesco Pepeu presta la propria attività di medico all’Ufficio Igiene, in un periodo in cui le emergenze sanitarie e alimentari rendono problematiche le condizioni di vita dei triestini, soprattutto dei meno abbienti. Medico costantemente in prima fila, contribuisce a combattere l'epidemia di vaiolo scoppiata nell'autunno del 1922, il dermotifo, l'encefalite letargica e la spagnola. La sua macchina fotografica in questo periodo non documenta, forse inibita dalle asperità della vita quotidiana.
Lascia Trieste nel 1926 per assumere un ruolo dirigenziale all'Istituto Sieroterapico di Milano e insegna all'Università della città. A lui si deve la produzione del primo siero antiofidico in Italia e del primo siero antibotulinico in Europa.
È costante il legame con la sua città natale: nel 1934-35 partecipa con Giuseppe Muller, direttore del Museo civico di Storia Naturale, alla spedizione scientifica in Eritrea, condotta allo scopo di studiare i serpenti di quella regione e di incrementare la produzione di siero antiofidico destinato alle colonie.
Nel 1942, Pepeu rientra a Trieste per dirigere l'Istituto Farmacoterapico e, dall'estate dello stesso anno, è richiamato alle armi in qualità di ufficiale medico, con il compito di dirigere il reparto malattie infettive all'Ospedale Militare di Trieste. Congedato dall'Esercito italiano con il grado di Maggiore nel 1946, continua a esercitare la libera professione. Visiterà pazienti fino a pochi giorni prima della morte avvenuta il 29 novembre 1971.
In questi giorni di inedite difficoltà individuali e collettive per l’emergenza causata da un nemico invisibile quanto cruento, il diario visivo lasciato dal medico Pepeu, impegnato, come detto, nella lotta contro pandemie del suo tempo risulta straordinariamente prezioso e attuale. Penso, in particolare, agli scatti realizzati nel 1917, quando dirige il laboratorio batteriologico e di profilassi delle malattie infettive nel distretto rumeno di Ramnicu-Sarat, dove assiste alla drammatica pervasività dell’epidemia spagnola.
Le foto di Pepeu non raccontano la guerra e la morte. Gli scontri sanguinari, di cui è stato testimone, non sono il focus del fotografo: la guerra e le connaturate violenze sono assorbiti all'interno delle necessità narrative di un non celato poema di pace.
Gli scatti di Pepeu documentano le vaccinazioni, il laboratorio batteriologico, la quotidianità medicale, l’interazione con la popolazione e i pazienti. E non manca una buona dose d’ironia nello scatto del commilitone immortalato mentre sta per stappare una bottiglia di vino in mano all’ingresso dell’“elegante” Caffè Focolaio. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Argomenti:piccolo libri
Riproduzione riservata © Il Piccolo
Leggi anche
Video








