Chi era Suzanne artista Automatista nel bigotto Québec una donna contro

«Sei alta, issata su due gambe come palafitte, hai occhi grandi che ti invadono il viso e una frangia che ti arriva alle ciglia. Nasconde una fronte sporgente. Tua madre ha l’impressione che il tuo cervello voglia uscirne. Cerca di contenerlo come può. Se potesse, ti lascerebbe crescere la frangia fino alla bocca, almeno per filtrare le tue parole, dato che non riesce a controllare i tuoi pensieri».
Pensieri e parole che, nonostante si parli di una bambina, suonano assai diversi da quelli dei coetanei, tutto fuorché mansueti, controllabili, domabili come sono.
Anche il ritratto sorprendente e intenso che la scrittrice canadese Anaïs Barbeau-Lavalette tratteggia per raccontare la vita travolgente di Suzanne Meloche, bambina dai pensieri sconnessi, donna e artista di rottura in un Québec anni '30 opprimente e bigotto, nonna dell'autrice, alla fine risulta così: originale e fuori dal coro, impetuoso nonostante sia secco e franto nell'impianto narrativo e nello stile, condotto attraverso pagine il più delle volte nemmeno scritte nella loro interezza, ma sospese dopo poche righe: quasi delle istantanee, dei flash, dei bagliori caduchi e indefiniti, a sottolineare la natura inafferrabile e sfuggente della figura che va a rievocare.
Non a caso è da un'assenza che "Suzanne. Una donna in fuga" (Elliot Edizioni, pagg. 300, euro 18) ha preso forma, romanzo poi tradotto in svariati paesi europei con riscontri entusiastici da parte della critica. La nonna Suzanne non c'è mai stata, per l'autrice, e il romanzo, che mescola realtà storica e finzione ed è affresco di vita di una donna volitiva e indipendente, più a suo agio con la fuga che con il mettere radici, ne evidenzia il lato oscuro e (auto)distruttivo che ha penalizzato così tante esistenze.
Ricordi di amici e familiari, ricerche compiute da storici dell'arte, persino un'investigatrice privata sguinzagliata sulle sue tracce: è così che Anaïs Barbeau-Lavalette ha iniziato a ricostruire il percorso della nonna partendo dall'infanzia in Ontario. Un luogo che già andava stretto a questa ragazza «con il fango nelle mutande» e dai comportamenti irriverenti, insofferente a qualsiasi tipo di potere costituito, chiesa o famiglia che fosse. Il trasferimento in Québec, «dove le donne corrono veloci» porterà Suzanne nella Montreal del dopoguerra, dove si imbatterà in un gruppo di pittori, poeti, scultori noti come Automatisti: non solo ci vivrà fianco a fianco sposando anche uno di loro ma ne condividerà l'espressione artistica scrivendo componimenti di pregio esaltati 30 anni dopo dalla critica.
Il violento boicottaggio al gruppo da parte del governo spingerà però i suoi membri ad abbandonare la città per le campagne: e mentre il marito Marcel Barbeau sarà a New York a cercare di piazzare le sue tele, Suzanne si ritroverà sola coi due figli piccoli a piantare barbabietole nel gelo e nell'inedia.
Da lì saliscendi, piaceri e dolori come sulle montagne russe, che la vedranno postina in un villaggio a picco sul mare, pittrice nell’atelier newyorkese di Jackson Pollock, militante contro la segregazione razziale dei neri nel movimento dei Freedom Riders. Un andirivieni ossessivo di una donna mai doma e che ha come protagonista, nell'ombra, il dolore feroce per aver abbandonato i figli. Lì il racconto, sempre teso e vivido, si fa aspro.
Anche l'espediente della seconda persona per evocare Suzanne è forte e indovinato: un "tu" dirompente cui la nipote scrittrice si rivolge, che vivifica la scena e rende impossibile non sintonizzarsi in un flusso avvolgente ricco di toni. Con questi strumenti Anaïs Barbeau-Lavalette riesce a far, se non comprendere, almeno "sentire" al lettore tutta l'inquietudine, l'impetuosità, il divorante anelito alla libertà e l'avversione alle convenzioni sociali che ha guidato le scelte della protagonista, nella messa in opera di quel «selvaggio bisogno di liberazione» che era l'obiettivo finale degli Automatisti, ricercato ai costi umani più alti, pagandone lei il prezzo più pesante. —
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