CIGNO porta la “Trilogia sul Nulla” al Teatro Miela: tra sacro, politica e rumore

Il progetto di Diego Cignitti approda a Trieste con uno spettacolo tra post-punk, ritualità e ideali anarchici. Apertura affidata agli Haram! con “Male Adriatico”

Elisa Russo

 

«Stavolta i colbacchi che indossiamo per scena potrebbero servire veramente!»: CIGNO, il progetto del cantante e chitarrista romano Diego Cignitti, sbarca oggi non in Siberia ma al Teatro Miela, preceduto alle 21 dai triestini Haram! che presentano il nuovo disco “Male Adriatico”. CIGNO ha pubblicato tre album, l’ultimo “Buonanotte Berlinguer”, segue “Nada! Nada! Nada!” e “Morte e pianto rituale”. Chitarre elettriche, bassi distorti, elettronica, strumenti etnici, new wave italiana e post punk rincorrono gli ideali dell’anarchia e del comunismo.

Curiosamente, il primo singolo del 2020 s’intitolava “Udine”: «ispirata da un viaggio verso quella città, è stata la prima espressione concreta del CIGNO e non a caso torniamo in regione, di recente a Buja e per la prima volta a Trieste. C’è un’attrazione reciproca». Lo accompagnano: Ivan Chen (chitarra), Danielle Saffron (octapad, percussioni), Matteo Rossi (synth), Roberto Sanguigni (basso synth), Tania Giommoni (voce, theremin, chitarra) e Lorenzo Lupi (batteria).

Uno “spettacolo tra sacro e profano”: in che senso?

«Nei tre dischi ci sono suggestioni e riferimenti al sacro, non al religioso. Il debutto “Morte e pianto rituale” trovava ispirazione in Ernesto De Martino e il suo lavoro sul tarantismo: lui era marxista e ricercava l’assoluto al di fuori delle maglie del religioso, ad esempio nella ritualità della danza. Nella ripetizione si trovava l’espiazione, la catarsi. Andando avanti con gli album è rimasto questo rapporto con il sacro e il politico, che possono sembrare distanti ma molte volte si conciliano».

Lei è nato nel ’92: nostalgia di un passato non vissuto?

«Non abbiamo vissuto né la dipartita di Berlinguer né la sua attività politica, abbiamo ricevuto un ricordo del ricordo, ma questa distanza ci ha fatto vedere anche meglio».

La scaletta verte su “Buonanotte Berlinguer”?

«Tratta tutti i tre dischi che fanno parte della “Trilogia sul Nulla”, come se fosse un’opera totale, va vissuta come uno spettacolo teatrale in cui raccontiamo la storia del nostro paese fino all’attualità attraverso i nostri occhi e la nostra sensibilità».

Suonate anche strumenti non convenzionali?

«Siamo un collettivo industrial, un ensemble alternative, utilizziamo trapani, campane da bestiame, theremin, ci sono sonorità inusuali, una sorta di orchestra proletaria com’era la RAPM in Russia. Cerchiamo nel rumore l’assoluto».

Approccio anarchico e formazione al conservatorio. Bisogna conoscere le regole per trasgredirle?

«Senza il percorso accademico non avrei potuto decostruire, distruggere tutto per sentire il rumore di un’esistenza. La decostruzione mi ha detto di più della melodia o della sequenza armonica in senso canonico».

Vi hanno definiti “un miraggio nel deserto”.

«Tutti questi anni di attività musicale hanno avuto un po’ le fattezze del miraggio nella verticalità del pensiero, del concerto come momento. La sensazione di assistere a un avvenimento importante c’è stata, dentro di noi e nel pubblico succede qualcosa ed è salvifico, catartico. Viviamo una quotidianità che a livello musicale è il deserto, si sente una povertà di contenuti, di linguaggio, e guardare 60 volte il telefono non aiuta, siamo schiavizzati da questa necessità indotta dai social network. Nell’aridità totalizzante della vita, i concerti possono essere davvero dei miraggi». 

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