Come in un incubo la Lituania rivive gli anni bui del Kgb

TRIESTE. Nel centro di Vilnius, in Lituania, c’è un maestoso palazzo neoclassico che oggi è un museo ma che, per oltre cinquant’anni, è stato un centro di interrogatorio e di tortura, prima della ‹eka, il corpo di polizia sovietico creato da Lenin, poi dei nazisti e infine del Kgb. Gli ultimi internati ci sono passati negli anni ’80, poco prima della dissoluzione del blocco sovietico: alcuni di loro li incontriamo nell’emozionante documentario “When we talk about Kgb” (Quando parliamo del Kgb) di Maximilien Dejoie e Virginija Vareikyté, in programma oggi alle 16 in Sala Tripcovich.
I due autori hanno avuto un’idea forte: riportare tra quelle mura chi ci ha vissuto da entrambe le parti, da prigioniero ma anche da funzionario del Kgb. Il film cammina sul percorso delicato del rapporto tra vittime e carnefici scegliendo di raccontare il dramma della persecuzione attraverso storie private e un approccio emotivo. «Volevamo riportare le persone nel luogo che le aveva accomunate, la ex prigione, per rivivere le sensazioni di allora e descriverle meglio», afferma il regista. «La struttura narrativa poi descrive il percorso comune a tutti quelli che hanno avuto a che fare col Kgb: chi aveva un moto di ribellione cominciava ad essere spiato, veniva arrestato e interrogato».
La stessa sorte hanno avuto un professore universitario, un prete, un collezionista di monete. I loro racconti sono intrisi di dolore, ma anche di una stupefacente capacità di elaborare la rabbia di un tempo: «Alcuni in Lituania hanno accusato il nostro film di essere troppo tenero. Invece, volevamo mostrare anche chi ha vinto contro il sistema andando oltre. Non parlare dei morti, delle torture, è stata una scelta: ci sono tanti documentari che mostrano il sangue in maniera quasi pornografica».
I registi hanno interpellato entrambe le parti per testimoniare che il Kgb ha fatto male anche a chi ci ha lavorato, come dimostra la storia di un ex interrogatore che ha poi chiesto scusa alle sue vittime: «Si dice raramente, ma chiunque facesse parte del sistema in qualche modo ne veniva colpito. Basti pensare all’esempio, seppur in un contesto diverso, dell’ex spia Litvinenko».
In Lituania esiste una sorta di perdono diffuso al regime sovietico? «Sono in atto proprio ora una serie di procedimenti contro i capi del Kgb che operavano in Lituania. Il governo ha invitato gli ex collaboratori a dichiararsi spontaneamente: il nome di chi non lo farà verrà reso pubblico. La spaccatura è ancora aperta: lo dimostra la decisione di rimuovere quattro statue celebri in stile sovietico dal ponte di Vilnius, per eliminare ogni riferimento al passato».
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