Compie quarant’anni Danubio di Claudio Magris, un viaggio al cuore dell’Europa centrale

Quattro decadi fa usciva per Garzanti il romanzo-capolavoro dell’autore triestino. Uno dei grandi viaggi della letteratura europea in cui il senso di spaesamento è condizione necessaria per aprirsi all’incontro. L’analisi di Benussi e Manzon

Andrea Giuseppe Cerra
Claudio Magris nella sua Trieste
Claudio Magris nella sua Trieste

Tutto comincia da una grondaia. Il Danubio, si legge nelle prime pagine, potrebbe nascere proprio lì, sotto un tetto di Furtwangen, e così parte uno dei grandi viaggi della letteratura europea. Era il 6 novembre 1986 quando Garzanti pubblicava “Danubio” di Claudio Magris. Quarant’anni dopo, a Trieste, c’è chi quel libro l’ha visto nascere e chi ci ha costruito sopra il proprio immaginario. Cristina Benussi, già professoressa ordinaria di Letteratura italiana nell’Università di Trieste, lo lesse appena uscito, da collega di Magris. Federica Manzon, scrittrice e direttrice editoriale di “Guanda”, ci ha trovato le parole per raccontare il suo confine. Le abbiamo messe una di fronte all’altra, a chiedersi che cosa resti oggi di quel viaggio.

Per la studiosa, quel libro è anzitutto un varco. «È il passaggio al limite massimo tra il saggista e lo scrittore - spiega Benussi -. Qui Magris cambia habitus, e tutta la sua esperienza splendida di saggista viene filtrata in un romanzo». È un romanzo di viaggio che però tradisce il genere: «Non è un viaggio di formazione. Alla fine, il viaggiatore non ha risolto nessuno dei problemi con cui era partito: cercava una sorgente incerta, e alla foce non è chiaro nemmeno dove il fiume sfoci, e che senso abbia». Non è il fiume di Conrad, che ha una meta, ma una navigazione che risale i secoli, da Maria Antonietta ai luoghi di Mengele.

Manzon ne ha tratto una lezione diversa, ma complementare. «È brutto parlare di eredità - premette -. Però se penso a ciò che più mi ha formato, penso al confine. Magris ha preso un’esperienza quotidiana come la linea di confine a Trieste e ne ha fatto qualcosa di esistenziale, culturale, linguistico. Il confine non è un muro, è una possibilità: far circolare e mescolare identità che si confrontano anche negli attriti».

È lo stesso sguardo che Benussi chiama spaesamento. «Per Magris è un modo fondamentale di essere nel mondo. Senza disorientamento, senza errare per sentieri che si smarriscono, non c’è autentica visione di una verità che non si dà in forma teorica, ma si intravede». Il Danubio, aggiunge, «si sottrae a ogni classificazione» e rivela «la difficoltà della civiltà europea di disciplinare la realtà in categorie distinte». Su questo punto la scrittrice sembra rispondere alla studiosa. Manzon ricorda l’ingegnere Neweklowsky che nel libro tenta di mappare ogni ansa del fiume: «Quando si imbatte nelle cose piccole, nel lessico dei barcaioli, capisce che la vita non è catalogabile». Da qui la sua idea di narrativa: «Tutto ciò che scrivo nasce da una geografia. La geografia è condizione della storia. “Danubio” l’ha raccontata come luogo della memoria e degli intrecci: mai una storia roboante, con la S maiuscola, ma fatta a pezzettini, raccogliendo frammenti per strada».

Poi c’è l’acqua, e qui le due letture si divaricano. Benussi distingue il fiume dal mare, richiamando la prefazione di Magris al “Breviario mediterraneo” di Predrag Matvejević: se il fiume è il vagare senza approdo, sul mare «in qualche momento si palesa qualcosa che somiglia a ciò che Michelstaedter chiamava persuasione, un attimo in cui si comprende qualcosa della vita e poi passa». Perché, come scrive Magris, «fra gli indugi brilla il puro presente». Manzon ribalta la prospettiva: «Si dice che Magris sia un narratore fluviale. Io credo che conti di più quel golfo che è Trieste, un’apertura spalancata che mette subito di fronte all’altro». È un’apertura che diventa stile: «Un continuo rilancio verso una parte che non è mai come te l’aspetti, con un piccolo scarto d’ironia. Un modo per scardinare le ovvietà». E quell’ironia «è tutta triestina. Se non riusciamo a praticarla, dobbiamo almeno frequentarla».

Il terreno d’intesa più saldo è la Mitteleuropa. «Da Trieste era facilissimo cadere nello stereotipo della nostalgia per l’impero austroungarico - osserva Manzon -. Magris ci ha restituito invece il mito più contemporaneo: la pluralità delle lingue e delle culture, un impero dei popoli, la convivenza tra le differenze». Benussi completa il quadro: il Danubio «unisce i popoli», nel segno di quell’idea sovranazionale che faceva dire a Francesco Giuseppe “i miei popoli”, mentre il Reno «è un fiume nazionalista». Solo un uomo consapevole del ruolo del “limes”, autore con Angelo Ara di “Trieste. Un’identità di frontiera”, poteva vederlo: «La sua identità - aggiunge la docente - nasce dall’aver attraversato tutte le frontiere. Non è identitaria, ed è un vantaggio: permette di accogliere in sé tutte le dissonanze del mondo».

E oggi? Per Cristina Benussi “Danubio” offre all’Europa ciò che le manca: «Una narrazione. Per la patria nazionale abbiamo ricordi, emozioni, martiri; per l’Europa no. Sarebbe auspicabile un nuovo impero senza imperatore». Manzon raccoglie il testimone: «Mi chiedo se siamo ancora affezionati all’idea di Europa. Per me sì, ma non va cercata nei palazzi di Bruxelles. È quella che lui aveva visto a Trieste: un mondo più largo di quanto crediamo guardando i confini, dove le lingue si ibridano anche davanti a una sbarra o a un filo spinato».

C’è infine Magris uomo pubblico, il senatore che ha rappresentato la sua città. Per Manzon quell’impegno nasce da Trieste stessa, da «una memoria complicata, sempre in bilico tra le spinte a estremizzarsi», e da «un senso di responsabilità della parola scritta, che si vede nella cura del dettaglio, in una precisione che non va mai a scapito dell’ariosità del pensiero».

La consegna, per chi scrive, è una sola. «Non retrocedere - conclude la direttrice editoriale di Guanda. -. Non cadere nelle semplificazioni».

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